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Persone e Mandala

Testimonianze: La mia esperienza con il Mandala tra C. G. Jung e R. AssagioliNel mio viaggio sulla via del mandala ho incontrato, conosciuto o
scambiato opinioni, studi e opere con artisti, esperti, amanti dell'arte del mandala.
In questa pagina trovano spazio i loro contributi.





























Pietre e cristalli nei Mandala dall’Africa

pubblicato 29/mar/2014 09:08 da Annalisa Ippolito

Ronel E Duvenage e’ una eclettica artista africana e ci racconta come abbia iniziato senza nemmeno rendersi conto di creare e dipingere o colorare forme mandaliche se non propri mandala e di come, alla soglia dei cinquanta anni, abbia scoperto materiali speciali come le pietre e i cristalli.

Ci racconta di quanto le pietre siano dei portatori di salute, abbiano facolta’ guaritrici e di quali siano le sue fonti di ispirazione. Benche’ le immagini scaturiscano dalla sua interiorità, interamente fatte a mano, e come, nei "Sacred Dream Mandalas”, posata una pietra in centro poi tutto il lavoro proceda autonomamente.

L’intera intervista e’ in inglese a questa pagina: http://url.mandalaweb.info/MandalafromAfrica

Testimonianze: Un’esperienza di Mandala

pubblicato 06/gen/2014 08:11 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 06/gen/2014 08:22 ]

Mariella Franzitta e' stata una insegnante di matematica, e' una counselor gestaltica, si scopre innamorata del mandala e, dopo che ci siamo incontrate piu' volte sulla via del mandala, molto gentilmente condivide con noi di mandalaweb.info una bella esperienza con il mandala come "ansiolitico naturale". 
Annalisa

La mia paura del volo è proverbiale,  non dico come quella di Meg  Ryan nel film French Kiss,  ma quasi;  in genere preferisco fare 18 ore di treno che  due di aereo!
Così quando mi vedo all’improvviso costretta a volare, passo almeno quattro giorni a tormentarmi (gli altri sono trascorsi nella preparazione del viaggio, per fortuna…)

Infine arriva il momento, sono rassegnata a tutto… anche a morire (?)…, in fondo si muore solo quando è la nostra ora e forse morire in aereo  può essere meno doloroso che di malattia. 
Stranamente il momento della partenza è quello che mi piace di più, mi sembra di correre fisicamente insieme con l’aereo e quindi mi innalzo con lui anche io... ma arriva presto il momento del disagio (chiamiamolo così):  lo spazio interno è minimo, i sedili sono ammassati, la finestra è piccola e sigillata (?),…

Mi guardo intorno: tutti sono apparentemente tranquilli, guardo le hostess: sono tranquille anche loro, buon segno!
Intanto, mangio con avidità, quasi meccanicamente,  il panino che mi hanno portato (meglio morire a pancia piena), bevo il succo di frutta e…mezzo bicchiere di vino (anche quello aiuta…)…,poi, l’idea: perché non fare un mandala? Ho con me i colori da viaggio che mi ha regalato mia figlia e un blocchetto, almeno la mente smetterà di produrre  visioni catastrofiche.

Inizio…

il mandala mi porta in un’altra dimensione e quando lo finisco ne incomincio un altro, questa volta geometrico, chiaramente senza compasso e righello. Mi impegna a tal punto che non riesco a finirlo, sul più bello mi dicono “Stiamo atterrando”! 

“Ma io non ho finito!” …  Però, che bella notizia! Soprattutto perché io sono calma, serena, tranquilla… siamo arrivati,  tutto qui? Ma è quasi bello volare…

Riprendo  in mano il blocchetto oggi, dopo due settimane e guardo il primo mandala fatto. E’ chiaramente espressione di un momento di frammentazione e di paura, dove ogni cosa è tuttavia al suo posto come un puzzle. Il disorientamento fa sì che ogni singolo pezzo debba essere contornato perché non  sfugga, magari vola via…

E’ un motivo in movimento che si è fermato nell’attimo in cui l’aereo ha preso il volo per riprendere la sua naturale  fluidità quando i problemi saranno risolti. La paura blocca ma non riesce ad annullare la sinuosità, il senso del movimento e dell’energia,  mi sembra lo scatto della macchina fotografica che fissa un istante.

I colori sono, da sempre, quelli che preferisco;  di nuovo, si insinua a tratti questo rosso violaceo; il centro, arancione, è preciso, solare nel suo caldo abbraccio.

Riguardando il mandala adesso, sento ancora una leggerissima sensazione di vuoto allo stomaco  insieme alle stesse emozioni dell’agire: concentrazione, gioia, curiosità, leggerezza , (siamo a 3000 m. di quota no?)

Quando l’aereo incomincia a ballare per pochi minuti la reazione è di fastidio: ”E no, accidenti, così non posso colorare…” e all’improvviso un’altra immagine con la stessa, netta sensazione:
...io piccola, sui quattro anni,  sulla nave Palermo -  Napoli, il mare è grosso, i miei genitori e la nonna distesi in cuccetta con la nausea mentre io, in piedi, fra i letti a castello, cerco di ballare cantando la rumba e mi arrabbio quando le onde mi fanno perdere l’equilibrio…

Per un attimo la nave e l’aereo si con-fondono, diventano tutt’uno, la bimba  e la donna di oggi,  sono  corpi vuoti, come vestiti, senza importanza. 

Esiste una sola dimensione, quella dell’ “essere”
Ma noi non siamo energia  pura?
Momento sacro in cui si annullano le barriere del tempo e dello spazio……..ed emerge l’essenza….. 
                                       ●                    ●                      ●                    
Per la cronaca, nel viaggio di ritorno  non ho avuto bisogno del mandala… mi sono lasciata incantare dalla visione fiabesca,  magica, dei Pirenei  e delle Alpi ricoperti di neve … Che meraviglia!
Però……non so se tornerò a volare…   

Mariella Franzitta

Testimonianze: La mia esperienza con il Mandala tra C. G. Jung e R. Assagioli

pubblicato 06/gen/2014 07:07 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 06/gen/2014 09:20 ]

Cinzia Ferro e' una psicologa e psicoterapeuta da circa trent'anni. Ci siamo incontrate piu' volte  nell'esperienza del mandala e con piacere pubblico la sua testimonianza sul suo incontro con il mandala. 
Annalisa

Il filo rosso della mia vita è  sempre stata la ricerca spirituale con la certezza che qualcosa di importante aveva sempre occhieggiato alla mia vita. Il mio compito era permettermi di comprendere e  “stare al passo con la mia anima”, tutto il resto sarebbe venuto con determinazione e Grazia. La Grazia di poter Amare e dunque di andare oltre la personalità.  Poter  ritrovare e ricostruire il Centro Unificatore  che dalla dispersione porta all’aggregazione, dalla disarmonia all’armonia, dalla molteplicità all’unità. Superare le identificazioni emotive, risolvere conflitti e scissioni trovando, ogni volta un “punto più alto” di aggregazione e di sintesi. (vedi Roberto Assagioli). Quando le funzioni psicologiche si elevano, si raffinano come in un processo alchemico dove la trasmutazione dei metalli grezzi  ci conduce all’oro. Oro di noi stessi, espressione delle parti più elevate di noi. Volontà ed amore transpersonali , caritas ed agape, fino a giungere all’ultima fase della realizzazione del SE’, la comunione del SE’ transpersonale con il SE’ universale. (vedi Roberto Assagioli). E’ in questo clima personale che ho incontrato il
Mandala. Era estate ed ero ad Asiago e mentre stavo decidendo, un po’ annoiata, di tornare in pianura, vidi le indicazioni di una mostra di pittura.  Entrai, era una raccolta di mandala esposta ai visitatori. “Stupendi - mi dissi- erano uno più bello dell’altro”. Ero affascinata, e mi precipitai all’entrata dalla giovane signora che sembrava proteggere queste meraviglie.  M’iscrissi al corso che avrebbe fatto il fine settimana. Così iniziò questa avventura ( altri insegnanti si susseguirono) consapevole che l’Universo aveva risposto ad uno dei miei sogni.

C.G. Jung prima e R. Assagioli poi, mi hanno insegnato a cercare il Centro (uno dei simboli esoterici), la mia essenza, a rivolgere l’attenzione all’interno e a contenere tutto quanto possa disperdere o diluire la mia forza interiore. Credo di aver sempre saputo che dentro di noi abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere pienamente ed armoniosamente la nostra vita. Anni prima, avevo avuto delle esperienze mandaliche  spontanee. Così come Jung affermava il mandala può avere “ … considerevoli effetti terapeutici sui loro autori. Queste immagini … rappresentano spesso un tentativo molto audace di cogliere e sanare contrasti apparentemente inconciliabili e di superare divisioni apparentemente irriducibili. Già un mero tentativo in questa direzione ha di solito un effetto benefico, a condizione però che avvenga spontaneamente.” C.G.Jung

Era naturale quindi il mio desiderio di approfondimento ed anche, in seguito, il mio desiderio di restituire, con l’insegnamento, quanto mi era stato preziosamente donato. A mano a mano che conoscevo il mandala e la sue funzioni mi spingevo in profondità, all’interno di me e cominciavo a scorgere la Forza e la Pace del mio Centro. Lentamente, mi resi conto che il mandala era diventata una metafora di come sarebbe dovuta essere la mia vita e quella di tutti gli esseri umani. Trovare l’armonia tra i nostri vari aspetti  che possono essere opposti, ma che non si contrappongono mai all’unità. Quando insegno, ripeto con assertività che la simmetria contenuta nel simbolo mandalico è ciò che tutela la forza e la potenza del simbolo stesso. Quindi, traslando, la nostra vera forza è l’armonia. Concetto espresso dallo psichiatra fiorentino R. Assagioli e dalla maggior parte dei maestri spirituali. Dunque armonizzare la personalità, organizzare ed integrare progressivamente le energie manifeste e quelle latenti. Favorire il processo di consapevolezza e di trasformazione, aggregare ed unire in un tutto armonico. Capivo che avrei dovuto trasformare la mia vita in un mandala governato dall’energia centrale che irradia ordine,  stabilità e pace. Sentivo la forza  crescere dentro di me e mi stupivo nel cogliere l’energia con la quale certe mie caratteristiche emergevano dall’inconscio. Il disordine iniziale, lentamente si ricomponeva infinite volte fino a quando percepivo l’equilibrio raggiunto. La bellezza nasceva come quando si scopre un giardino in  fioritura, senza sbavature, né eccessi, assecondando un flusso naturale ed ordinato, equilibrato. Disegnavo e ridisegnavo il mio mandala interiore trovando il giusto posto ad ogni mia energia, pensiero, tendenza, manifestazione, idea. Era come costruire il caleidoscopio della mia vita, ricco come l’universo, magnetico, profondo e “giusto”. Di quella giustezza che non fa nascere incertezze, come un calcolo matematico che non lascia spazio alle approssimazioni. Sentivo un richiamo che non sapevo identificare, ma che mi portava sempre sulla strada di nuovi equilibri  come se ogni volta il mio mandala interiore si ricomponesse rinvigorito da nuove armonie. Avevo la sensazione di avvicinarmi sempre un po’ di più a quello che ciascuno di noi tiene stretto nel suo “cuore”, ad una verità sempre posseduta, ma completamente dimenticata. Mi stavo ritrovando in una profondità-altezza ordinata che aveva la sua cadenza , il suo ritmo. Il mio mandala si apriva a nuove sfaccettature e brillava come un diamante ritrovato.

Il motivo di base dei mandala:”…..é l’idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all’interno dell’anima, al quale tutto sia correlato ….. L’energia del punto centrale si manifesta in un impulso a divenire ciò che  si è …. ad assumere la forma caratteristica della propria natura”. C.G.Jung 
Ed ancora, diventavo consapevole che, al di là delle mie identificazioni, io sono “ …. un punto di Fuoco, eterno, immortale e perfetto”. (R. Assagioli)
Credo davvero che questo lavoro interiore durerà per l’intera mia vita, con fasi sempre nuove, in un movimento articolato e  dinamico. Ormai è di conoscenza comune che lavorare con i mandala significhi anche  vivere il presente, e quindi immergersi in una sorta di meditazione che libera la mente. Ed ancora  per la sua forma circolare, contiene e protegge le nostre emozioni e il nostro , che ha il compito di portarci alla realizzazione personale e più avanti, nel processo evolutivo, verso il compito della nostra anima. Stavo capendo finalmente quale fosse la mia  strada  e cominciavo a rispondere agli interrogativi esistenziali. Mi sono chiesta tante volte quale fosse il compito della mia vita. Perché viviamo? Da dove veniamo e dove andremo? Sono le incognite che hanno sollecitato l’animo di ogni uomo pensante, le incognite che ci ha accompagnato di vita in vita, alla ricerca della Verità. E’ ciò che spesso ci spinge a vivere con curiosità e con il passo intrepido del Ricercatore e di chi, da qualche parte, mantiene vivida la consapevolezza, di venire da un Centro che aggrega ed unisce  in un moto millenario,  ed eterno. Questo concetto viene ripreso anche da Roberto Assagioli quando con l’esercizio della visualizzazione della rosa ci riporta al Sé, riflesso del Sé superiore. Questa rosa che si schiude lentamente e che ci porta al Centro, alla Fonte, Mandala Personale che schiude le nostre potenzialità più elevate e si trasforma in un Mandala Universale sorgente della pienezza di senso e della trascendenza.  L’uomo sembra tendere naturalmente a questo stato e come traspare dal modello assagioliano, l’unità esiste prima della separazione delle parti.    

    “… la vita universale stessa si rivela come una lotta tra molteplicità e l’unità, come un travaglio e una aspirazione verso l’unione. Ci sembra di intuire che lo Spirito – sia che venga concepito quale un Essere divino o come una Mente o Energia cosmica – operando nella Sua creazione, vada componendola in ordine,bellezza, armonia;  che vada riunendo fra loro e con Sé tutti gli esseri   … …  con vincoli di amore;  che stia silenziosamente e potentemente attuando la suprema sintesi.”. Da  “Psicosintesi Terapeutica”   R. Assagioli.

Trovo che , C. G. Jung (1875-1961) e R. Assagioli (1888-1974), contemporanei nella vita, colleghi ed amici   che hanno  condiviso  scelte complesse e delicate (entrambi hanno lasciato la psicoanalisi di Freud), abbiano un comune denominatore che identifico con  Il Mandala della Vita, personale ed universale al contempo e che entrambi  abbiano saputo viverlo nelle loro esistenze, arricchiti dalla consapevolezza che siamo uniti   ed  espressione di un Tutto Divino. Il loro, mi sembra un canto a due voci, che si alterna e si ritrova alla Fonte di ciascuno dei due, ma anche alla fonte di ciascuno di noi, nel grande mandala a cui apparteniamo e di cui siamo uno straordinario riflesso.

                                                                                                                                     Dr.ssa Cinzia A.M. Ferro 

Il mandala incontra lo zentangle uno scambio con Gabriella Costa

pubblicato 04/nov/2013 05:31 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 04/nov/2013 06:03 ]

Gabriella Costa si occupa di molti aspetti del benessere delle persone, e’ una cousellor e nel suo lavoro usa molto il mandala. Ci siamo incontrate sulla strada dell’uso psicopedagogico del colore, scoprendo poi che ci eravamo gia’ incrociate sul web per i mandala…

E’ un piacere per me condividere lo scambio avuto con lei su una tecnica particolare di mandala che suscita sempre piu’ interesse, lo Zendala.

Annalisa Ippolito: Allora Gabriella, si sente molto parlare di “zendala”, una fusione delle parole zentagle e mandala, ma cos’è esattamente uno “zendala”?

Gabriella Costa: Ciao Annalisa, è un grande piacere anche per me condividere con i tuoi lettori la mia esperienza e il mio lavoro . Si, sono un Counselor Espressivo che usa lo strumento artistico, in particolare il Mandala, come medium nei percorsi di crescita e autoconsapevolezza. Immergendoci nel nostro atto creativo abbassiamo le resistenze e le censure di quella parte cosciente di noi che ci “critica” e ci “giudica”, facilitando il contatto con il nostro sé più autentico. Il mezzo artistico ed in particolare il Mandala diventa quindi un “contenitore emotivo” dove trovano spazio le emozioni che causano disagio, tensione, disorientamento . Il confine del diagramma diventa , quindi, linea protettiva per un lavoro entro la nostra parte più profonda.

Mi chiedevi che cosa è lo Zendala; praticamente lo Zendala è l’unione del Mandala + lo Scarabocchio Zen, cioè ricoprire le campiture di un diagramma mandalico con i “patterns”, i motivi, propri dello scarabocchio Zen.

Lo Scarabocchio Zen, chiamato così da Tina Festa unica maestra certificata in italia di Zentangle ® e mia mentore nella scoperta di questa tecnica http://scarabocchizen.blogspot.it/  http://tinafesta.wordpress.com/, è l’arte dello scarabocchio consapevole e propriamente si ispira al metodo Zentangle ® ideato da Maria e Rick Thomas, per ogni approfondimento vi rimando a questo sito: http://www.zentangle.com/

Lo scarabocchio è una traccia lasciata sulla carta in modo semplice e spontaneo e spesso considerata un “pasticcio” . Fino a poco tempo fa si collegava lo scarabocchio alla prima espressione grafica del bambino che attraverso questi “segni” poteva comunicare il suo mondo emotivo, quindi un adulto che faceva scarabocchi non era certo considerato un artista . Recentemente lo scarabocchio comincia ad essere riconosciuto come un nuovo linguaggio espressivo e i segni lasciati sulla carta attraverso un’attività casuale o intenzionale, fatti con divertimento e curiosità costituiscono una originale modalità espressiva che aiuta lo sviluppo della creatività .

Veniamo ora al termine Zen: lo Zen è mettersi in relazione con il mondo. Zen significa non oltrepassare l’attimo, bensì vivere nell’attimo. Vivere il “qui e ora” semplicemente come è, senza giudizio con attenzione e consapevolezza.

Lo “scarabocchio zen” è quindi scarabocchiare con attenzione e consapevolezza, vivendo pienamente l’azione senza giudicare quello che stiamo facendo. E’ la celebrazione del nostro atto creativo perdendosi nella forma che si sta disegnando senza preoccuparsi dove si arriverà, godendo l’istante lentamente .

Nello Zendala troviamo tutto questo: la presenza di noi stessi che si riflette nel segno, lasciando che sia il gesto a guidarci .

Per quanto riguarda i “motivi” che andranno a riempire il nostro Mandala possiamo ricopiare quelli già esistenti  ( http://tanglepatterns.com/ (Figura A), scegliendo quelli che più ci piacciono, oppure, come dice Tina, “guardarci intorno e “catturare” i motivi che sono nelle cose che ci circondano, nella natura o negli oggetti: ogni cosa, sia appartenente alla natura che creata artificialmente ha un motivo (pattern) che può essere ripetuto nello scarabocchio zen” (http://tinafesta.wordpress.com/2010/01/31/la-ricerca-dei-pattern-per-gli-scarabocchi-zen/  Figura B – Figura C)

 

Figura A

 

 
 

 Figura B                    Figura C

AI: C’è una tecnica precisa nel costruire uno zendala?

GC: Per quanto riguarda la tecnica ci sono due modi di procedere: partendo da un cerchio bianco (figura 1), dividendo poi la superficie con delle stringhe lasciando che sia la mano a condurre (figura 2) riempiendo poi le campiture con i motivi dello scarabocchio.

 

 
 
 

Figura 1                                       Figura 2                                       Figura 3

 

Il secondo metodo è partire da un diagramma mandalico già fatto (figura 3) riempiendo poi le forme con i motivi dello scarabocchio (figura 4) 

 
 

Figura 3                                       Figura 4

 

Si comincia sempre usando il bianco e nero , ricordiamoci che il principio di base è la semplicità : un pennarello a punta fine (Staedtler pigment liner 0,2/0,5), un foglio di carta bianco o un mandala pre-fatto.

All’inizio saranno i motivi stessi ad essere usati come colori, in seguito possiamo introdurre i colori veri e propri e se lo facciamo inserendo un colore alla volta il risultato sarà più armonico e servirà a far emergere i vari “patterns”.


AI: Si conoscono le origini di questa tecnica?

GC: L’origine è da ricercarsi nello Zentangle® e da tutti i filoni espressivi nati ispirandosi al metodo Zentangle®


AI: E’ possibile creare uno zendala da soli?

GC: Forse le prime volte è bene essere istruiti riguardo al metodo, impratichendosi con i vari segni che andranno a riempire le campiture del Mandala poi… libero sfogo alla fantasia lasciando che a condurre sia il gesto, vivendo il momento così come è.

 

AI: In che cosa si differenzia dal mandala?

GC: La protagonista del Mandala è la geometria con le figure del punto, quadrato, triangolo la cui unione da origine al diagramma. Il centro, il bindu, punto unificatore e ordinatore da cui tutto si origina e a cui tutto ritorna. L’azione equilibratrice del Mandala deriva proprio dalla sua forma, dal suo centro e dalla sua simmetria che ci danno una percezione di armonia.

Nello Zendala, che parte da un cerchio bianco, i protagonisti sono il punto e la linea che si declinano in tutti i modi possibili senza un ordine apparente. Padrona è la creatività, il pensiero divergente, tutto è fattibile


AI: Quali sono i modelli che ti hanno ispirata?

GC: Non ci sono modelli precisi , tutto può essere un modello . Oltre a ripetere quelli già esistenti in numerose raccolte (vedi sopra), lascio che sia la mia mano a lasciare la traccia, assecondo il gesto e liberando il più possibile la mente.


AI: Quali sono i benefici del creare uno zendala?

GC: Dal punto di vista del benessere psicofisico essendo un momento per noi dove poter lasciar scivolare i pensieri vivendo il momento creativo, porta il relax di un tempo dilatato vissuto senza la pre-occupazione del dopo. Inoltre la piacevolezza del risultato incrementa la fiducia del nostro potenziale creativo.

Dal punto di vista di crescita personale lavorare con lo zendala ci può mettere in contatto con i percorsi della nostra vita. Se immaginiamo il cerchio come metafora della vita e le stringhe che lo dividono gli eventi che possono capitarci , i motivi (che non possono essere cancellati e rifatti) con cui riempiamo le campiture diventano una rappresentazione visiva del nostro sentire riguardo ogni evento. Esplorare, in seguito, le forme può aiutare a prenderne consapevolezza .

A questo proposito , in occasione dei miei 25 anni di matrimonio , ho fatto dello zendala il simbolo della vita a due costruendo una serie di diagrammi che rappresentassero le varie fasi del matrimonio . Questo lavoro personale mi ha permesso di segnare, attraverso i motivi, una specie di mappa di quello che è stato il mio cammino a due, prendendo coscienza che spesso gli “errori” sono stati opportunità per cambiare il ritmo della danza.

 

AI: Ti sei trovata di fronte a qualche pregiudizio nei confronti dello zendala?

GC: Assolutamente no, anzi mi sono trovata davanti a tanta curiosità, entusiasmo e soddisfazione a lavoro ultimato . Anche le persone più restie a prendere in mano una matita si sono trovate a loro agio tra stringhe, campiture e motivi e abbassando il loro giudice interiore si sono permesse di esplorare le loro risorse creative, accorgendosi, poi, che non ne erano così sprovviste.

 

AI: Quale puo’ essere uno sviluppo futuro di questa speciale e bellissima immagine?

GC: Direi cercare di avvicinare più persone possibile a questo momento di incontro con se stesse , un’oasi in mezzo al frastuono della giornata . In una cultura dove il “di più è meglio” cercare di far scoprire che è vero anche l’opposto; un ritorno alla semplicità. Usando solo un pennarello e un pezzo di carta si può fare molto per il proprio benessere.

 

Grazie per aver condiviso con me e tutti i lettori di mandalaweb.info la tua esperienza.

 


Per avere maggiori informazioni su Gabriella Costa e il suo lavoro

Counseling Blog: http://ri-trovarsi.myblog.it

Mandala Blog: http://counselingearte.wordpress.com

Gabriella Costa ARTcounselor gabriellacosta@artcounseling.it

 

Lo Zentangle due parole con Tina Festa

pubblicato 30/ott/2013 04:56 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 20/nov/2013 19:21 ]

Concetta Tina Festa e’al momento l’unica insegnante di Zentangle Certificata in Italia. Una particolare forma d’arte che usa il tratto consapevole per meditare.
Vive e lavora a Matera e le ho chiesto di raccontarci un po’ di piu’ su questa arte che molti usano anche per creare mandala.

Annalisa Ippolito: Ciao Tina, puoi raccontarci che cos’è uno Zentangle?
Concetta Tina Festa: Uno Zentangle è un  disegno astratto creato usando motivi che si ripetono (i pattern) e seguendo le precise e semplici istruzioni del Metodo Zentangle®

AI: Da dove deriva la parola?
TF: La parola Zentangle deriva da ZEN+TANGLE.  La traduzione italiana di tangle è “groviglio, intreccio”, (ma nel Metodo sta ad indicare il motivo ripetitivo che si sua per riempire uno spazio).  In realtà le due parole si riferiscono all’incontro nella vita dei due creatori del metodo: Rick Robert e Maria Thomas. Ecco come loro descrivono la nascita dello Zentangle: Rick è lo Zen (prima di conoscere Maria, ha passato più di 20 anni in Tibet come monaco), Maria invece è il Tangle perché è una bravissima calligrafa e fondatrice della Pendragon Ink. Un giorno Maria era nel suo studio intenta nella creazione di un manoscritto miniato. Rick la chiamava per la cena ma lei era completamente assorta nel suo lavoro. Quando finì descrisse nei particolari a Rick cosa aveva provato in quello stato di attenzione consapevole. Nell’ascoltarla Rick riconobbe che quella esperienza di stato meditativo è la stessa che i monaci raggiungono con anni di esperienza. Quindi Maria aveva fatto un’esperienza di meditazione attraverso l’arte. Il Metodo è stato creato nel 2003.

AI: A cosa serve?
TF: Lo Zentangle come Arte Meditativa, serve per concentrarsi, rilassarsi ed aumentare la creatività o risvegliare quella sopita presente in ognuno di noi. 

AI:
Ricordi il tuo primo zentangle?
TF: Ricordo il mio primo Zentangle (o almeno quello che credevo fosse uno Zentangle) ma soprattutto ricordo il mio incontro con questa forma d’arte.  (http://scarabocchizen.blogspot.it/2012/07/il-mio-incontro-con-i-zentangle-way-i.html)

AI: Tu hai studiato con Maria Thomas e Rick Roberts  che hanno inventato una tecnica per insegnare a creare lo Zentangle, quali sono le doti piu’ importanti che e’ necessario avere per creare questo tipo di arte?
TF: Credo che una delle doti necessarie sia l’umiltà, la capacità di cancellare tutto quello che si conosce per avvicinarsi a questa forma d’arte nel modo corretto ed inoltre anche una buona dose di fiducia nel proprio potenziale creativo. Quando si incontra lo Zentangle vi sono di solito due atteggiamenti che bloccano: il primo è quello di chi pensa che uno Zentangle è uno “scarabocchio” (ma questo lo so fare anche io! – è la frase ricorrente), il secondo è l’atteggiamento di chi, vedendo i bellissimi lavori che si realizzano sin dalla prima volta ritiene di non essere in grado di produrne di uguali.

AI: E’ un’arte adatta a tutti, sia piccini che adulti? A che eta’ e’ possibile iniziare? 
TF: E’ una forma d’arte adatta a tutti a partire, in genere, dai 7 anni di età. E’ un tipo di attività che richiede un grado minimo di consapevolezza nell’espressione artistica: è preferibile che i bambini più piccoli siano lasciati liberi di scarabocchiare o disegnare istintivamente e spontaneamente. 

AI: Quali sono stati i tuoi modelli, se ne hai avuti a parte la sig.ra Thomas,?
TF: Quando si apprende un nuovo metodo si cerca, soprattutto inizialmente, di rimanere fedeli al metodo per cercare in seguito, con il tempo, una via personale, attraverso la sperimentazione e la ricerca. Io ho conosciuto il Metodo Zentangle dopo aver sperimentato per mio conto altre forme di arte che liberamente si ispiravano al Metodo e quindi sono stata influenzata nel mio stile da tutti gli appassionati di Zentangle incontrati in rete. 

AI:
Qual è, se c’è uno degli errori piu’ comuni riguardo a quest’arte?
TF: Uno degli errori più comuni quando si parla di Zentangle è di ritenere che essi siano dei semplici scarabocchi. Quando gli adulti scarabocchiano lo fanno distrattamente ad es. per occupare le mani mentre sono al telefono o durante una riunione, invece quando si crea uno Zentangle vi è concentrazione sia nel gesto che nei pensieri e vi è consapevolezza. E’ probabile che il termine di Scarabocchi Zen che ho usato a partire dal 2009 per indicare l’arte che si ispira ai Zentangle abbia contributo a cadere in questo errore. Nel mio blog ho parlato in maniera più approfondita di questa scelta e della differenza tra Scarabocchi Zen e Zentangle. (http://scarabocchizen.blogspot.it/2012/03/scarabocchi-zen-o-zentangle.html) Un altro errore che si fa quando si conosce l’esistenza del metodo Zentangle e si comincia a creare lavori simili è quello di voler dare a tutti i lavori che si realizzano il nome di Zentangle.
E’ bene usare la terminologia in modo corretto. Uno Zentangle ha caratteristiche ben definite. E’ arte in bianco e nero su materiale ufficiale. 
Uno Zentangle classico è creato su tessere fustellate, quadrate o rotonde, con misure ben definite (9 x 9 cm per la forma quadrata ed 11,5 cm di diametro per la forma tonda), realizzate con cartoncino Fabriano Tiepolo. Il lavoro è creato seguendo una serie di passaggi sviluppati da Rick Robert e Maria Thomas che sono alla base del Metodo Zentangle e sono come un rituale da seguire ogni volta si crea uno Zentangle. I lavori creati secondo il metodo non hanno un ‘sopra’ ed un ‘sotto’ ma possono essere osservati da qualunque lato.
Z.I.A. sta per Zentangle Inspired Art e si riferisce a tutti quei lavori che liberamente si ispirano al Metodo Zentangle ma non sono Zentangle classici e non sono creati con materiali ufficiali. In questi lavori sono presenti forme ben distinte (ad es. cuori, uccelli, alberi etc) e quindi i lavori ultimati possono essere osservati da una solo verso. Se si aggiunge del colore ad uno Zentangle questa cosa lo trasformerà in Z.I.A. Anche realizzare lavori su misure diverse da quelle classiche o su materiali diversi (stoffa, pietre, plastica) trasforma un lavoro in Zentangle Inspired Art. La traduzione italiana non letterale di Z.I.A è Scarabocchi Zen. 

AI: Hai dei progetti con lo Zentangle in un prossimo futuro?
TF: Uno dei miei progetti futuri è quello di scrivere un libro sul Metodo Zentangle in Italiano.

Grazie per aver condiviso con mandala web.info le tue conoscenze!

Maggiori informazioni su  http://scarabocchizen.blogspot.it/

Inchiostro blu e mandala per l’arte di Jonathan Bréchignac

pubblicato 30/set/2013 09:19 da Annalisa Ippolito

A Villa Empain, presso la Boghossian Foundation a Brussels fino a Febbraio 2014 si possono ammirare delle opere d'arte molto originali e mandaliche.
I disegni di Jonathan Bréchignac stupiscono. Questo artista francese, che lavora come art director a Parigi, ha mixato culture, forme e stili da tutto il mondo riproducendoli con delle penne bic su dei fogli dalle dimensioni di un tappeto da preghiera islamico. 

L’insieme e’ particolarmente realistico e, da lontano sembra di vedere dei veri e propri tappeti bicromi, tessuti in blu-bianco o in bianco-nero, cio’ che colpisce e’ che non sono tessuti, ma creati con delle penne sfera. 
Le immagini sono particolarmente ricche ed elaborate e pervase da un eclettismo stilistico che risente di influenze culturali molto diverse.

Guardando le opere di Bréchignac non si puo’ fare a meno di notare influenze romaniche, giapponesi, messicane e dei nativi dell’America settentrionale e della geometria sacra greca. L’artista traccia linee e punti direttamente sul foglio, in un processo di creazione dettagliato e lungo, che richiede mesi di lavoro paziente. Alcune delle opere in mostra hanno richiesto dai sette ai nove mesi di lavoro, mentre lui stesso ricorda che il suo primo “tappeto” e’ stato creato in un anno e mezzo. 

Il lavoro certosino profuso nelle sue creazioni e’ per Bréchignac una maniera di meditare di immergersi nella creativita’ e nella sapienza antica come fosse un amanuense o un monaco in meditazione. Ogni ora passata a “scrivere segni” e’ per lui un modo di “rilassarsi, concentrarsi e svuotare la mente”. 

Le immagini sgorgano immediate, emergono spontaneamente dalla sua interiorita’ durante il lavoro, quasi si chiamano l’una con l’altra. In questo processo il lavoro del giovane artista francese ricorda molto il percorso del mandala che emerge durante la meditazione come figura spontanea, mentre il cuore, la mente e l’anima si allineano e si svuotano da ogni pensiero inutile. 

Cio’ che mi viene in mente guardando le opere di Jonathan Bréchignac e’ che queste immagini fanno parte di un’arte e di una sapienza universali che usano un linguaggio piu’ sottile e antico con cui e’ piu’ facile relazionarsi perche’ simbolico, condivisibile e in cui ciascuno si puo’ riconoscere. La penna dunque non ha scritto parole per essere tradotte ma ha lasciato segni e tracce dell’anima. E questo rende le opere toccanti, profondamente espressive e mandaliche.


 
 
 
     
 
 
 
photos © Jonathan Bréchignac

Xenobia Bailey tra mandala, copricapi e croquet

pubblicato 09/lug/2013 03:53 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 09/lug/2013 04:02 ]

Xenobia Bailey e’ una artista afroamericana contemporanea, con una passione per il croquet.
I colori sgargianti, i dettagli fantasiosi, le linee morbide, le sovrapposizioni azzardate fanno capolino in ogni sua creazione. 
La sua arte, dal tocco inconfondibile, ispirato dal mix di culture in cui e’ nata e cresciuta, regala delle emozionanti esperienze.

La sua e’ una produzione vasta, che include copricapi, abbigliamento, sculture, mandala,  tutto e’ legato da un sottile fil rouge rappresentato da quella che viene definita “aesthetic of funk” una estetica libera povera e sensuale, basata sulla sua osservazione delle donne della sua comunita’ capaci di rendere accogliente e bello il loro ambiente con poche risorse. 

La Bailey ha voltuo preservare, attraverso le sue numerose creazioni, una capacita’ profondamente radicata dentro le donne, che emerge nel momento magico dell’attivita’ creativa in cui ci lasciamo andare. Una memoria collettiva potente, legata a un linguaggio primitivo, ancestrale, carico di potere, di energia e di significati del passato. 

Non e’ necessario avere una formazione artistica, suggerisce la stessa artista, e’ gusto personale, e’ la passione di creare nonostante la difficolta’ di non avere tutto il materiale che si vorrebbe per creare quello che si vuole. E’ l’antica "arte di arrangiarsi", di costruirsi le regole e non pensare al meno o al piu’ ma come e che cosa fare con quello che abbiamo. C’è un collegamento sottile, un profondo sentire che lega le opere di Xenobia con chi le guarda, o le indossa, che si manifesta in maniera primitiva, senza ragionamenti o perche’. C’è.

I suoi mandala sono una danza di sensi, eclettici, colorati, variopinti come i tessuti che li compongono, sfacciati come le forme e le trame larghe, naif o grezze che costituiscono la base delle forme. Sono viaggi verso le proprie radici, ipnotici con la i loro cerchi concentrici e le forme geometriche di base. Sono semplici eppure complessi perche' rimandano all'origine, al punto, al centro. E’ impossibile rimanere insensibili davanti alle sue creazioni. 

Le sue opere sono state mostrate e sono conservate in alcuni tra i piu’ significativi spazi espositivi americani come lo Studio Museum of Harlem, il Jersey City Museum, il New Museum of Contemporary Art, e l’High Museum of Art di Atlanta, mentre ai suoi famosi e inconfondibili copricapi, sono ricorsi, per lavoro e per indossarli, registi come Spike Lee o Bill Cosby. 


Piu’ informazioni sulla sua attivita’ si trovano sul suo blog http://www.xenba.blogspot.it/




 
 
 
 
 
 


I mandala di Massimo Diosono una sintesi tra Oriente e Occidente

pubblicato 11/mar/2013 06:04 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 12/mar/2013 09:48 ]

Massimo Diosono e’ un artista italiano, le cui opere manifestano una influenza mandalica e orientale, ma non solo, si legge in esse, una matrice medievale, forse dovuta all’arte della regione in cui il Nostro artista ha studiato e vissuto, l’Umbria. Le sue opere sono molto interessanti e cosi’ gli ho rivolto alcune domande sulla sua arte e il mandala. 

Annalisa Ippolito: Ciao Massimo, puoi raccontarci la tua esperienza artistica e l’incontro con il mandala?

Massimo Diosono: Ciao Annalisa, prima di tutto vorrei esprimere un sincero apprezzamento verso il tuo lavoro, ho letto con attenzione le interviste alle persone ospitate prima di me e questa possibilità di poter parlare del nostro lavoro, e di condividerlo, è una cosa che mi piace molto, e di cui ti ringrazio.

Mi sono diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia, dove, grazie all’incontro con persone illuminate e non, ho cominciato ad indagare e capire quali erano le coordinate dove muovermi, a conoscere me stesso, a perdermi nella moltitudine dei codici espressivi, soprattutto, a capire il valore del fare…secondo me, fare è conoscere. Sun-Tzu diceva: “ la mappa non è il territorio”, per conoscere un territorio dobbiamo attraversarlo, non guardarlo. Ho visto me stesso come un territorio da esplorare e da conoscere e l’arte, (ovviamente non parlo solo di arte figurativa ma anche di musica, letteratura, poesia, etc.) è il mezzo di cui mi servo per questa esplorazione. Ovviamente, all’interno di tutto questo, non poteva mancare il mandala.


Annalisa: Ricordi il primo mandala che hai visto?

Massimo: In realtà prima di arrivare al mandala ho studiato con molta attenzione i simboli: Cerchio, quadrato, croce, triangolo. Lo studio approfondito delle forme prime e del loro valore universale, radicato all’interno di ognuno di noi, ha avuto, per me, un valore importante. E’ una forma comunicativa che va al di là della cultura e delle differenze, agisce nello strato più profondo dell’essere, è quello che, molto giustamente, Jung definiva “inconscio collettivo”. Il simbolo ha una potenza comunicativa che deriva dal suo essere “intatto“, è sempre uguale, ma, contemporaneamente, sempre diverso.
Nonostante le differenze che caratterizzano l’uomo ed il suo percorso, il simbolo trova sempre la sua strada all’interno di ciascuno di noi, lavora. Qualche volta a livello cosciente, il più delle volte a livello inconscio, entrando in relazione con la nostra energia più profonda. Ognuno di noi interagisce con il simbolo quotidianamente, pensate alle forme delle città, delle chiese, delle nostre case. Cerchi, croci, quadrati, sono gli elementi che, nella geometria, hanno misurato l’habitat materiale dell’uomo, quando trascendono, ne misurano l’habitat spirituale. Pensate alle chiese, alla luce che filtra dai rosoni, alle loro piante a forma di croce o circolari, è una deambulazione che unisce i due livelli, materiale e spirituale. Il primo mandala l’ho visto in un testo di filosofia orientale, era un mandala di kalachakra, non di sabbia, ma dipinto. L’impatto fu enorme, conteneva tutti i simboli, era complesso ma semplice allo stesso tempo. Mi colpì nel profondo, fu pura emozione…ovviamente ho voluto saperne di più, e ho cominciato a studiare. 
Fu uno scatto in avanti considerevole, lavorare con i simboli singolarmente era stato come assemblare una macchina, con il mandala era sedersi al posto di guida e partire. Ogni cosa era al suo posto, dove doveva essere, e partecipava ad una armonia celeste, il microcosmo umano finalmente dialogava con il macrocosmo celeste, equilibrio ed energia, forza e saggezza.


A:
Le tue opere, che ho avuto modo di ammirare, esprimono una forte impronta “mandalica”, come sei arrivato a questo tipo di progetto artistico? 

M: La mia ricerca artistica si sviluppa sul concetto d’impermanenza, i materiali che prediligo, oltre alla pittura, sono le sabbie, la cenere, l’ovatta. Per quello che riguarda la mia pittura, l’impronta “mandalica“ come tu giustamente la definisci, è molto forte e presente. Per quanto mi riguarda quando dipingo i miei mandala è come prendere un’ascensore che mi porta al centro di me stesso dove c’è il mio “hara”, e da lì, comincio a costruirli. Avevo bisogno di una forma che fosse personale, ma universale allo stesso tempo,  ed il mandala mi sembra la più adatta a comunicare in modo potente e diretto l’essenza dell’esecutore, che non è diversa dall’essenza dell’osservatore, tant’è che spessissimo risuonano l’uno nell’altro. Soprattutto arriva al “cuore“, sull’onda di una tradizione millenaria composta da migliaia di mandala eseguiti nei modi e nei luoghi più disparati, ma capaci, nello stesso tempo, di travalicare tempo, luogo e storia, esattamente come fa (o dovrebbe fare) un’opera d’arte. Trovo che abbia una complessità di significati che si manifesta a diversi livelli, tutti importanti. Ognuno li può “leggere“ a seconda della sua ricettività e preparazione, non si esaurisce mai. Restituisce una gamma di letture ed emozioni infinite e tutto questo, continua ad affascinarmi. Debbo aggiungere che i mandala, almeno i miei, “scelgono“ il loro pubblico, ho notato che un certo tipo di opere non sono per tutti, la maggior parte delle persone si ferma ad una lettura puramente decorativa, senza approfondire, ma va comunque bene.


A: Quali sono i tuoi modelli di riferimento? 

M: Non so bene cosa intendi per modelli di riferimento, quello che ti posso dire è che studio in modo molto approfondito il confronto filosofico oriente-occidente, da Sant’Agostino a Meister Eckhart, dalla filosofia greca a quella tedesca, dai Veda alle Upanishad, allo Shobogenzo, alla pratica delle arti marziali, nel mio caso il Karate Shotokan allo Shodo. Mi interessa molto lo scambio tra le diverse culture, trovare l’unità nella (apparente) frammentarietà. Tutto è collegato e in relazione, come le forme, i materiali e i colori che costituiscono il mandala. Dovremmo entrare in rapporto con questa energia che unisce, non che separa. Per quello che riguarda l’arte contemporanea, sono molto affascinato da artisti che lavorano sull’idea di mutamento, d’impermanenza, sul fluire continuo dell’energia, sull’armonia con sé stessi e con la natura che ci circonda , come ad esempio Andy Goldsworthy, Nils Udo, Walter De Maria, Richard Long, Giuliano Mauri. Questi artisti lavorano con materiali deperibili raccolti all’interno dell’ambiente naturale, con opere che possono durare un’ora, un giorno, un mese o un anno. Trovo molte similitudini con la realizzazione dei mandala di sabbia ad opera dei monaci tibetani. Terminata l’opera, spesso un lavoro di giorni e giorni, di estrema precisione e bellezza, viene dispersa in un corso d’acqua. L’opera viene restituita alla natura, attraverso un ciclo che mai si ferma. Le cose non si perdono, si trasformano e ritornano in altre forme. 


A: Ti sei cimentato direttamente con questa forma d’arte o hai creato anche mandala tradizionali?

M: Io vedo il mandala come uno strumento che ci pone in relazione con la parte più profonda del nostro essere e che, attraverso la sua contemplazione, ci mette in comunicazione con gli altri. Di conseguenza il metodo di costruzione è fedele ai mandala tradizionali, ovvero dal centro (bindu) verso l’esterno, sia per quello che riguarda i mandala pittorici, che quelli realizzati con le sabbie e la cenere. Dopo aver studiato attentamente il significato simbolico delle forme e dei colori che li costituiscono, ho trasceso senso e significato creando i miei. I mandala tradizionali sono un’importante veicolo di conoscenza, tutti quelli che vedo, ma quello che mi intriga maggiormente è vedere come ogni persona realizza il suo, che in definitiva, a saperlo leggere rappresenta quella persona meglio di mille parole o discorsi. Nella forma e nel colore c’è tutto, senza intermediari. Ognuno di noi si definisce attraverso gli strumenti che ha a disposizione, bisogna sperimentare, senza paura.


A: 
Hai usato qualche modello di mandala in particolare da cui trarre ispirazione?

M: Non ho modelli particolari da cui trarre ispirazione, se non le forme date, necessarie alla sua costruzione. La cosa affascinante è che, in migliaia di anni, nonostante le forme siano le stesse, non si registrano due mandala uguali. Come in natura non vi è nulla di identico così è nel mandala,  dove le persone realizzano e definiscono sé stesse attraverso forme e colori, partecipando ad uno scambio universale con la natura e la sua immensa energia, ognuno a suo modo e maniera. La maggior fonte di ispirazione siamo noi stessi, nel profondo è come abbeverarsi ad una fonte d’acqua sempre limpida e fresca.


A: Spesso il percorso e lo stile di un artista cambiano, maturano altri interessi, ho riscontrato anche influenze medievali e dell’estremo oriente nelle tue opere, e’ cosi’?

M:  mio lavoro cerco sempre il fluire dell’energia come delle idee, credo che l’essere in ricezione sia una condizione fondamentale, come lo è soprattutto l’elaborazione degli stimoli che riceviamo, di ciò che vediamo. Ognuno di noi, indipendentemente da ciò che fa, dovrebbe cercare di dare una risposta individuale, frutto dell’elaborazione personale di stimoli e idee. Uso molti materiali diversi, che rispondono sempre ad una esigenza di poetica e di ricerca, mai fine a sé stessi. Le influenze, specie in una forma universale ed archetipica come il mandala sono numerose, poiché come dicevo prima, si parte da forme date, presenti e comuni in tutte le culture (cerchio, quadrato, etc.). La ricchezza del mandala risiede nella sua universalità di significato che travalica tempo, forma e cultura diventando un vero contenitore dell’essenza della cultura che lo produce. Quindi è possibile l’influenza medievale, anche se io guardo con più interesse alla filosofia orientale, ma, come dicevamo, in un unicum di significato che tutto avvolge e che con tutto dialoga, non è poi così importante, più importante è il fluire dell’energia da una cultura ad un'altra.


A: Quali sono ora i tuoi progetti per il futuro? Hai altri “mandala” in cantiere? 

M: Cerco di non pensare al futuro (per quanto possibile…) preferisco concentrarmi nel presente, e, cercare di costruire il futuro partendo da qui…concordo con la filosofia dell’I Ching, che sostiene che nel momento presente ci sia tutto, passato, presente e futuro. Mi piacerebbe molto acquisire questa consapevolezza, e, per quanto mi è possibile, lavoro per questo. A parte le divagazioni filosofiche, continuerò a studiare e a lavorare, in una condizione di ricettività che spero, mi consentirà di restituire ed elaborare al meglio il mio stare e partecipare al mondo e a tutto ciò che comporta essere qui. Per quello che riguarda i mandala, il mio è un cantiere sempre aperto. Al momento oltre a quelli pittorici mi sto concentrando sulla realizzazione di mandala ambientali, realizzati esclusivamente con materiali naturali che, quando va bene, durano lo spazio dell’esposizione e non prevedono alcuna protezione particolare. Essendo esposti alle intemperie umane ed ambientali non si sa mai quanto dureranno, ma non è questa forse la grande domanda ed il grande fascino che riguarda noi stessi e tutte le nostre manifestazioni?



Per saperne di piu' e contattare l'artista: 
massimodiosono@gmail.com


Le trapunte delle nonne sono un cimelio mandalico? Intervista a Judy Niemeyer

pubblicato 06/mar/2013 02:36 da Annalisa Ippolito

Una intervista interessante ad una esperta che ha inventato un metodo per creare queste trapunte ispirandosi a forme e colori che ricordano i mandala celtici, o indigeni e orientali. Judy Niemeyer, dopo aver studiato il quilt insegna come crearlo e reallizarlo in giro per il mondo, trasformando una passione e un'arte di famiglia in un lavoro creativo e di recupero di antiche tradizioni.

Cliccando qui potete leggere tuttal'intervista in inglese http://english.mandalaweb.info/Home/annunci/isquiltan%E2%80%9Cheirloommandala%E2%80%9D

Il cerchio magico del mandala uno scambio con Monica Morganti

pubblicato 14/feb/2013 04:03 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 14/feb/2013 04:08 ]

Monica Morganti e’ una psicologa e psicoterapeuta transpersonale con formazione junghiana, esperta nell’uso del mandala nella terapia, e’ anche pittrice di mandala e autrice di diversi testi e uno molto interessante sul mandala “ Il cerchio magico nella stanza dell’analista”. 
Di seguito uno scambio avvenuto tra Monica e me, sul mandala.

Annalisa Ippolito: Buongiorno Monica, la domanda e’ d’obbligo. Come sei arrivata al mandala, o meglio, com’e’ arrivato il mandala nella tua vita?
Monica Morganti: Il mandala è arrivato nella mia vita spontaneamente. In un periodo di riflessione sul senso delle cose che andavo facendo ho cominciato a dispegnare mandala a mano libera . solo in seguito ho “scoperto” cosa fossero i Mandala nella tradizione buddhista e nella psicologia junghiana. Direi che sono davvero emersi dal mio inconscio.

A: Ricordi ancora il primo mandala che hai disegnato o colorato?
M: So qual’ è il primo Mandala che ho dipinto. Dopo anni di mandala disegnati e colorati con i pastelli mi sono sperimentata su una tela e ho creato ORDINE, era il 1999 e lo potete vedere nella galleria del mio sito http://www.monicamorganti.com/area/mandala/in-esposizione/ (immagine sotto a destra su questa pagina)

A: Che cos’e’ per te il mandala?
M: Per me il mandala è tante cose: un momento di pace, uno strumento di chiarezza mentale, una tecnica per entrare nel proprio inconscio, uno strumento di lavoro, un atto di creatività gioiosa…

A: Quali sono i benefici dello strumento mandala in una terapia e “nell’auto-terapia”?
M: Il mandala nella terapia permette di cogliere aspetti di un problema, di un tema o di una sensazione integrando aspetti inconsci con quelli già noti alla coscienza. È uno stimolo di approfondimento e sempre una sorpresa!

A: Quali sono le difficolta’ maggiori che si incontrano usando il mandala come terapeuta? Ci sono controindicazioni nell’uso del mandala?
M: Il mandala non presenta difficoltà in terapia, da indicazioni che sono chiare anche al paziente. Il disegno e i colori ti parlano con grande chiarezza, per questa ragione non ci sono neanche controindicazioni.

A: Oggi assistiamo ad una diffusione sempre maggiore del mandala, per la sua semplicita’ di approccio e per la sua bellezza, ma qual e’ il rischio per chi si avvicina al mandala da formatore senza una adeguata preparazione?   
M: Io credo che il “formatore” non debba mai avere la presunzione di leggere il mandala al posto di chi l’ha fatto. Noi possiamo indicare quale sia il significato simbolico dei colori e delle forme, come io ho fatto nei due libri che ho scritto sul mandala, ma sono solo suggerimenti, tracce. Chi ha disegnato il mandala deve osservarlo e lasciare che gli dia delle suggestioni.

A: Hai, o hai avuto, dei modelli nella formazione sul mandala a parte C.G. Jung?
M: Non ho avuto né ho modelli nella creazione dei miei mandala. Sorgono da dentro. Quando guardo la galleria sul mio sito mi stupisco sempre sia per la quantità dei miei quadri, sia per la loro assoluta eterogeneità. Sono davvero lo specchio della mia anima in questi anni.

A: Nel tuo libro “Il cerchio magico nella stanza dell’analista”, parli dell’uso del mandala e della favola come prassi in terapia. Vuoi condividere qualche elemento sulla modalita’ di questa prassi?
M: In terapia talvolta io offro al paziente una serie di mandala già disegnati, che sono presenti nel mio IL CERCHIO MAGICO.MANDALA DA COLORARE  per scegliere quello che più risuona rispetto al tema che stiamo trattando e lo invito a colorarlo. Poi gli faccio dare un titolo e lavoriamo sui colori, il titolo, le emozioni. Quando serve partendo dal titolo lo invito a scrivere una favola e poi lavoriamo su disegno e favola insieme.

A: Sei anche una pittrice di mandala, usi delle tecniche particolari? 
M: Io sono una pittrice autodidatta e quindi ho la libertà di sperimentare . quando ho iniziato usavo i colori a tempera ma poi ho avuto bisogno di qualcosa di più potente e sono passata agli acrilici. In questa fase sono molto materica e ho bisogno di dare spessore ai miei quadri e quindi uso collage, pietre, perle, fiori. Sono continuamente alla ricerca di modi per “tirare fuori” quello che sento…

A: Un’ultima domanda, puoi condividere con noi i tuoi prossimi progetti con il mandala?
M: I progetti che ho con il mandala riguardano sia la terapia che i quadri.  Nei prossimi mesi terrò a Roma due giornate di mandalaterapia di gruppo sul tema della Rabbia e del Senso di colpa; come pittrice invece sono stata invitata ad esporre i miei mandala a Londra in marzo e a Shanghai in luglio e devo dire che portare i mandala in Cina mi emoziona molto!!

Grazie per la tua collaborazione. 

Maggiori informazioni sul lavoro di Monica Morganti sul suo sito
http://www.monicamorganti.com/

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