Persone e Mandala

Nel mio viaggio sulla via del mandala ho incontrato, conosciuto o
scambiato opinioni, studi e opere con artisti, esperti, amanti dell'arte del mandala.
In questa pagina trovano spazio i loro contributi.






































INTERVISTA A DIEGO MANZI – AUTORE DI “SCINTILLE DI ORDINE ETERNO”

pubblicato 30 nov 2017, 07:42 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 6 dic 2017, 03:56 ]

di Cristina Tadiello

È fine marzo e sono a Lastra a Signa, Firenze, dove ho un appuntamento con “l’autore”. 
Lui è Diego Manzi, autore del libro “Scintille di Ordine Eterno”, che tratta di filosofia-cultura-religione indiana: tre termini legati tra loro, perché lì, in India, una cosa è impensabile senza l’altra.
Parlare al telefono con lui mi ha resa curiosa, ma quando mi accoglie nella sua casa, mi mostra alcuni pezzi della sua collezione ed offre un tè speciale, all'indiana, in segno di benvenuto è fatta: sono conquistata.
Sa già che sono lì per conto di Mandalaweb.info, su richiesta della responsabile, la dottoressa Annalisa Ippolito, e quindi iniziamo a chiacchierare.
Una chiacchierata molto interessante, di cui fa parte questo excursus sugli Yantra.
Scherzando sul fatto che sembra molto giovane, gli chiedo come Diego Manzi è arrivato al contatto con la cultura indiana, visto il suo bagaglio di conoscenze piuttosto notevole, in apparente contrasto con la sua età.
Diego Manzi:  ...com’è che io mi sono avvicinato al mondo indiano? 
Cristina Tadiello: Sì, e che cosa ti ha catturato?
DM: In realtà c’è stata una risonanza proprio trasformativa.
Fino a 23-24 anni ho letto e studiato soltanto testi di letteratura occidentale, poi sono arrivato a Shopenahuer e mi sono imbatto nelle Upanishad (testi sacri scritti in lingua sanscrita, risalenti al IX-IIIV sec. A.C. - ndr.), che per me sono state un vero incontro “sulla strada di Damasco”. Ho cominciato a studiarle e credo rappresentino un po’ la vetta mistica, il punto di partenza di tutta la filosofia indiana successiva.
A molti bambini capita di avere la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande, ma spesso, piano piano, questo si dimentica. La magia dell’India sta nell'avermi riportato lì.
Ci sono due tipi di conoscenza in India: c’è una conoscenza inferiore, se vuoi anche scientifica, utile, poi c’è quella sacra, che trascende un po’ tutto, come insegna Shankaracharya (Adi Shankara, VII sec., ha dato inizio alla corrente dell’Advaita Vedanta – ndr.). 
La conoscenza ordinaria, se possibile, va capita, attraversata e superata, per arrivare a ciò su cui si fonda.
Leggendo le Upanishad, per tornare alla domanda, per la prima volta ho sentito un fremito interiore, una risonanza, come se avessi attraversato una specie di confine, perché mai fino ad allora avevo sentito così forte che si può arrivare all'unione di soggetto conoscente, oggetto conosciuto e mezzo di conoscenza.
CT: Un po’ mi faccio prendere dal suo entusiasmo - …e secondo la filosofia indiana è l’unico modo per conoscere realmente una cosa.
DM: Sì, è l’unico modo di conoscere, e da lì ho iniziato il percorso di lavoro, non soltanto sui testi e sullo studio della letteratura sanscrita, ma anche su me stesso.
CT: Cosa può dare a noi l’induismo oggi?
DM: Io credo che l’induismo, se vogliamo “gli” Yoga oggi possano, te lo dico in maniera molto semplice, aiutare gli occidentali a diventare occidentali migliori. 
Ti parlo della mia esperienza personale, nata da viaggi in India e in Bhutan: il più grande gioiello che mi ha offerto l’India, quello che continua a condizionarmi positivamente e a farmi star bene, perché questa forse è la differenza, è la capacità di vedere l’Uno nel molteplice.
C’è un passo del Rig –Veda (il primo del più importante ed antico corpo di testi sacri dell’India, intorno al 1200 A.C. – ndr.) che cita testualmente: “i Rishi, i saggi, chiamano in molti modi ciò che è Uno”. 
È una verità che è stata detta in molteplici forme, anche letterarie e credo che la madre di tutti i valori di tolleranza, non violenza ed altri, sia questa capacità sviluppata dal genio indiano di vedere l’Uno nel molteplice.
Questa è la cosa che ha ribaltato la mia visione.
CT:  Siamo in puro Advaita…
DM: Certo. L’indiano poi non guarda alle filosofie occidentali, perché a suo dire sono “senza un fine”, senza “Prayojana” (o “scopo ultimo della vita” – ndr), mentre il fine di tutte le filosofie dell’India è quello supremo, cioè il raggiungimento del Moksha (lett. ”salvezza”, “liberazione” – ndr), l’uscita dal ciclo di morte-rinascita.
CT:  Quindi possiamo anche dire che la filosofia indiana, al dì là di quello che spesso si è pensato, è una filosofia molto pratica e non solo di sogno e di idealismo senza aderenza alla realtà…
DM: Questo è stato un po’ l’immaginario collettivo, fino a poco tempo fa. Di fatto sappiamo che gli indiani sono dei grandi matematici, sono dei grandi grammatici.
CT:  Persone con una mentalità pratica.
DM:
 Fin troppo… diciamo che noi occidentali abbiamo associato il fine di tutte le filosofie dell’India alla mera spiritualità misticheggiante, ma di fatto l’indiano, anche quando teorizza una dottrina, lo fa con rigore tremendo.
Quindi nel mio libro ho paragonato la filosofia indiana ad una specie di sfera: c’è un momento teorico in cui regna, per così dire, la Apara Vidya (sorta di “conoscenza materiale” – ndr), cioè la conoscenza secondaria, ma se questa filosofia vuole avere il crisma di “Filosofia Suprema”, o Para Vidya (“conoscenza spirituale” – ndr), deve fare un salto ulteriore, deve imboccare quella che viene considerata una nubhava, ossia, letteralmente, un’esperienza diretta: insomma deve trasformarsi in vita.
Un passo bellissimo delle Upanishad dice: “…prendi l’arco della divina conoscenza, incocca la freccia dello Yoga e scocca verso il bersaglio più supremo…”, che evidentemente è il Brahaman (l’Uno da cui tutto procede, al di là e a di sopra di ogni manifestazione del divino nel mondo – ndr.).
C’è allora un momento teorico che, parafrasando, è lo studio dei Veda, poi c’è un momento in cui tu questo studio dei Veda lo devi lasciar andare e lo devi “armare”, se vuoi, dello Yoga: Yoga inteso come mezzo attraverso il quale unirti con questo assoluto.
CT: Ti interrompo un attimo. Se ho capito bene hai detto che: "la vera esperienza è diretta se vuoi il salto di qualità, ad un certo momento devi entrare nell’ottica dell’esperienza diretta lo Yoga rappresenta una delle strade da intraprendere per arrivare a questo: dunque è un “mezzo”.
DM: certo...
CT: E sempre parlando di mezzi, cioè di qualcosa che mi serve per andare verso qualcos'altro, uno dei “mezzi” per arrivare a questa esperienza diretta, chiamiamola del Divino, esperienza della Meditazione, intesa come entrare non solo concettualmente, ma direttamente nella percezione del TUTTO È UNO, sono gli Yantra.
DM: Certo.
CT:  Mi racconti qualcosa di tuo, delle cose che hai potuto conoscere, vedere…
Prima di tutto, perché magari non tutti lo sanno, che cos’è uno Yantra?
DM: La parola Yantra è una parola complessa. Innanzi tutto possiamo isolare il suffisso TRA. Il suffisso sanscrito “tra” che significa strumento… quindi uno strumento che serve per qualcosa.
YAN rimanda al “sostegno”, quindi è uno strumento volto a sostenere qualcosa. Evidentemente una meditazione molto profonda, quella su di una divinità.
Ma facciamo un passo ulteriore: “YA” è un abbreviativo del dio della Morte, Yama. Quindi per certi versi lo Yantra è uno strumento volto a “gabellare”, o comunque a procrastinare, la morte e la caducità fisica.
Non dimentichiamo che per il Tantra, e lo Yantra è lo strumento tantrico per eccellenza, è assolutamente importante raggiungere il fine supremo, ma anche il godere di benessere psicofisico in questa dimensione: e quindi più tardi arriva la morte, più tempo ho per stare bene.
È una vera e propria tecnica di realizzazione, perciò la meditazione sugli Yantra è una cosa molto complessa da fare.
Secondo la visione indiana, il Mondo, l‘Universo, è manifestato, conservato e riassorbito ciclicamente.
Così una meditazione sugli Yantra, che può avere una durata molto variabile, è scansionabile secondo una certa ritualità sottostante a queste tre fasi: c’è una fase di manifestazione nello Yantra, c’è un momento di conservazione ed un momento di riassorbimento.
Per riassorbimento si intende ovviamente il commiato dalla divinità, che nella manifestazione viene chiamato, diciamo ad incastonarsi nello Yantra stesso.
Lo dico in altri termini cercando di essere più comprensibile: lo Yantra prima del momento in cui la divinità è chiamata a presiederlo è un foglio di carta, oppure una tavoletta di legno piuttosto che una lastra di alluminio, o d’oro o argento o cristallo di rocca. È un materiale grezzo, non divinizzato.
Lo Yantra viene attivato attraverso una tecnica chiamata PRANA PRATISHTHA (cerimonia di “consacrazione” – ndr), che si realizza con l’utilizzo di una respirazione canalizzata nello Yantra, di determinate mudra e soprattutto l’utilizzo di Mantra, perché se lo Yantra è il corpo della divinità, il Mantra ne è l’anima. 
C’è un momento in cui mediti su questo Yantra attraverso delle tecniche che in India chiamano trataka, cioè di fissazione su quell'unico punto, che in questo caso può anche essere il Bindu (punto tra le sopracciglia o alla sommità del capo – ndr), senza battere le ciglia.
L’idea sarebbe di trasferire questo diagramma sacro, questo microcosmo, dentro di te.
A quel punto sei accarezzato dalla divinità che concede la sua presenza dentro di te per non so quanto tempo. Sto semplificando molto, ma la meditazione sullo Yantra è un vero e proprio rituale, che parte dalla pulizia fisica, rigorosissima, e poi utilizzo degli incensi, effettuare questa o quell'altra aspersione e via dicendo. 
Il tutto avviene in modo simile a quando si strofina un magnete ad una pietra e questa si magnetizza a sua volta.
Poi questa attività la vediamo venire meno, perché di fatto la divinità non ci concede più la sua presenza e c’è questo momento di commiato in cui la divinità deve essere lasciata andare.
Quindi quel foglio su cui avevi meditato torna ad essere un foglio di carta.
CT: Un aspetto importante se noi andiamo a considerare il ”cugino prossimo” dello Yantra, cioè la sua trasformazione
DM: Il Mandala
CT: Ecco se noi guardiamo questo secondo, possiamo avere, per lo meno per come viene inteso oggi, quello tradizionale, che ha dei canoni ben precisi per essere realizzato come tale, e quello invece così detto “personale”, che appartiene un po’ all’utilizzo che se ne fa attualmente in molti campi, soprattutto sulla scia di Jung.
Nello Yantra c’è qualcosa di similare? Cioè lo Yantra è prettamente ed unicamente a scopo di entrare in contatto con questo livello di ordine superiore o anche con un livello mio, interiore, anche se forse, a volte…
DM: …c’è una coincidenza tra microcosmo e quella scintilla.
CT: Quindi…c’è anche la possibilità di una sorta di Yantra personale, che costruisco su me stesso e sulla mia interiorità, su quello che, alla fine, oggi chiamiamo “inconscio”?
DM: Di fatto noi siamo, come dire, costellati di Yantra.
La fisiologia sottile ci parla di questo, cioè ci dice che noi siamo Vina Danda.
La Vina (pr. Vigna) è uno strumento musicale. Il “danda” è il bastone, che qui si riferisce alla nostra colonna vertebrale, e più precisamente così è chiamato quel canale all’interno del quale si incastonano questi sette cerchi, sette ruote di energia sottile, più o meno vorticosamente ruotanti.
Ecco Vina Danda nel senso che, se noi utilizziamo bene il nostro corpo, possiamo evidentemente sperimentare livelli di musicalità sempre più intensi. 
Non a caso ogni centro energetico è, come dire, suonato da un BIjia Mantra (“sillabe seme” o suoni originari – ndr) in particolare e da altri fonemi dell’alfabeto sanscrito, più o meno intensamente.
Insomma sì, noi siamo uno Yantra, ma siamo a nostra volta formati, o per meglio dire in-formati, da tutti questi sette Yantra.
CT: ... sono comunque degli Yantra che seguono uno schema ben preciso.
Esiste per me la possibilità di disegnare un mio Yantra personale, un qualcosa che si crea nella mia mente? Perché alla fine lo Yantra rientra comunque a tutti gli effetti in un disegno di Geometria Sacra.
DM: Questa è una domanda un pochino più complessa. Io non faccio mai costruire creativamente degli Yantra.
CT:  Ma è una contemplata o no come possibilità?
DM: Queste cose io non le faccio, quando porto a meditare sugli Yantra, faccio riferimento al lignaggio all’interno del quale io ho imparato questa tecnica di realizzazione.
Per quanto riguarda l’originalità, a volte mi sono spinto a far disegnare gli Yantra agli alunni: uno Yantra con all’interno diciamo i diagrammi associabili ai cinque elementi, quadrato la Terra, cerchio l’Etere, la mezza luna l’Acqua, e via dicendo, il triangolo il Fuoco, e via dicendo…
Quindi sì, qualcosa puoi fare, però l’idea è, per esempio, che lo Yantra di Durga è quello, perché è come se fosse stato “intuito” da coloro che hanno fatto dei viaggi interiori ed hanno sperimentato stati di estensione coscienziali talmente ampi che hanno fatto il viaggio anche per noi, agevolandoci il compito.
Discostarsi da quello, quindi combinare colori piuttosto che cambiare forme, etc. etc.., è visto come uno staccarsi dall’originale quanto meno sospetto, e tutto ciò che è genialmente discostante dalla strada già tracciata, ecco gli indiani non l’hanno mai visto di buon occhio.
Tu pensa all'arte: l‘artista indiano, di fatto, è il depositario di qualcosa che lo precede e non appone, nove volte su dieci, la propria firma sotto. Insomma, ti direi su questa cosa personalmente nutro un po’ di dubbi, ma non vedo perché oggi, qua in occidente, uno non debba pensare gli Yantra come qualcosa di creativo. 
Personalmente non mi sono spinto oltre, ma “anything goes”, come direbbe uno tra i miei filosofi occidentali preferiti che è Paul Karl Feyerabend (-contro il metodo- ndr): tutto può andare bene, se magari è finalizzato a far star meglio gli occidentali.
Io non mi addentro, perché forse sono fin troppo rispettoso e umile nei confronti di un qualche cosa che mi precede
CT: Diciamo che forse noi occidentali abbiamo voluto uscire da una fissità di regole a tutti i costi: la vera rivoluzione a questo punto sarebbe il tornare a riscoprirle.
DM: Si, certo…e qui quindi il mio libro “SOE”: Scintille di Ordine Eterno, dove “Ordine Eterno” non è nient’altro che la traduzione all’italiano di Sanatana Darma, “tradizione perenne”, o anche “giustizia” o “ordine eterno”, perché Induismo è una parola occidentale, ma dall'interno gli Hindu si considerano piuttosto i portavoce di un qualcosa che li precede. Per “eterno” intendono ciò che è anadi e ananta, cioè “senza inizio” e “senza fine”, come di fatto sono i testi radice, i Veda, che sono stati intuiti dai mistici veggenti, un po’ come Newton che scoprì la forza di gravità, non la inventò, perché esisteva prima di lui.
   
E… - mia considerazione finale - sempre esisterà…per tutto il tempo della Terra…

Qui finisce la nostra conversazione su ciò che riguarda gli Yantra.
Rileggendo i miei appunti però, ritrovo gli spunti di una chiacchierata molto interessante, alla fine troppo lunga per essere letta tutta d’un fiato, ma, allo stesso tempo, troppo varia e preziosa per pensare di tagliarla, cestinando in parte un’esperienza che merita di essere raccontata. Poi chissà, magari quest’intervista è riuscita a creare un pizzico di curiosità. Magari qualcuno potrebbe avere la voglia di conoscere qualcos'altro del mondo della cultura indiana e di cosa questa può oggi regalare ad un occidentale.
Sì, lo so, questo e' un portale che parla soprattutto di Mandala, ma nulla nasce dal niente e se è sbocciato ad un certo punto della storia questo “fiore” prezioso, e tuttora continua a fiorire, è perché ci sono lunghe ed antiche radici a nutrirlo.
Ed ecco la soluzione di Re Salomone: dividere il tutto in differenti capitoli, ognuno da leggersi come la condivisione di un momento di una straordinaria esperienza di vita. 
Un piccolo regalo insomma, uno di quelli che Mandalaweb sa offrire.

Mandala Uva e Vino

pubblicato 13 lug 2017, 07:55 da Annalisa Ippolito



Una collezione di mandala artistici ispirati alle varietà di vini, un’interessante miscela di bevanda antica e saporosa che si trasforma con l’aiuto di fiori e frutti in disegni.
Il creatore di queste opere ẻ  Josẻ Diego Barber il creatore di Mandala Kala.

I suoi mandala sono pieni di colore, energie e vitalità per questo motivo attraggono e rimandano immagini fresche e armoniche. Il suo progetto commerciale e il suo interesse per il mandala hanno dato vita ad alcune linee di prodotti artigianali e mandalici che sposano la sua teoria del benessere. 

Io amo questi con le uve, ciascuna uva ha fatto da fil rouge per la creazione del mandala, la frutta questa in particolare ha richiami antichi e mitologici, religiosi e spirituali, Il tralcio con i frutti e' una delle piante più antiche del Mediterraneo, insieme all'ulivo. 

Questi mandala mi fanno venire in mente la terra, il sole e il calore della tarda estate, i momenti di festa, i paesi dei nonni e dei padri, le grandi scampagnate e il contatto con la natura. Ritmi lenti e pacati in cui gli essere umani erano chiamati a collaborare tra loro e con la Terra per ricevere i frutti. E la terra era rispettata ed amata come generatrice di energia e cibo buono. 
Una selezione delle immagini che mi sono piaciute di più. Buona degustazione… 

Per ulteriori info: 






 
 
 
 
 
 
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Buddha & Mind - Una guida segreta alla meditazione sul mandala

pubblicato 18 mag 2017, 03:47 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 18 mag 2017, 16:37 ]

Buddha & Mind
è il titolo di una mostra che ha avuto luogo ad Anversa tra l'ottobre del 2016 e il marzo del 2017.  Protagonisti di questo evento straordinario sono 54 pannelli miniati che raffigurano il rituale di meditazione che un praticante sviluppa passo dopo passo nella sua mente richiamando l'emanazione del Saravavid Vairocana. Per quel che si sappia ad oggi, un processo di questo tipo non era mai stato dipinto. 
Questi dipinti sono eccezionali, creati per la cerimonia di iniziazione di un principe mongolo nel XVIII secolo. Rivelano uno scambio unico tra le culture Cinese, Mongola e Indo-tibetana.
Alcune miniature non sono finite, mancano infatti o i dettagli, o interi pezzi di disegno emergono dallo sfondo ma non sono riempiti di colore. Inoltre nello sfondo, le forme stilizzate e l'uso del blu e del verde suggeriscono la matrice cinese del pittore, probabilmente del periodo Ming, mentre la tipologia di stupa raffigurato ricorda quello nepalese. 
È probabile, data la costruzione e la disposizione di alcuni simboli e lemmi che l'autore di queste guaches fosse uno scarso conoscitore della tradizione pittorica buddista. Lo stesso Buddha ricorda, nelle fattezze e nell'abbigliamento, più un principe cinese e non un indiano. 

Le opere sono dei capolavori e costituiscono un unicum nella storia dell'arte orientale, sono una delle poche testimonianze di un evento spirituale e mentale che trova in questo frangente una concreta espressione, essendo riproposto l'intero percorso mentale con visioni e immagini per raggiungere quella che nel Buddismo Mahayana e' la visualizzazione del mandala. 
Il Lama preposto all'insegnamento dei rituali e dei significati al suo discepolo si affida preferibilmente alla trasmissione orale,  per questo i 54 pezzi della collezione risultano di straordinaria intuizione e costituiscono una rarissima testimonianza della visione e dei passaggi espressi in maniera così letterale. 
Le immagini non sono accompagnate da commento e non erano in origine numerate, questo fa supporre che il destinatario il principe mongolo destinatario delle miniature fosse un discepolo bisognoso di un supporto ma conoscitore della meditazione buddista. 
I ricercatori e gli studiosi sono riusciti a ricostruire l'ordine della sequenza perché essa ripercorre fedelmente i passi descritti nel testo sanscrito A Secret Guide to the Purification of All Bad Transmigrations.
Inoltre, il contenuto tibetano-buddista, il contesto mongolo e lo stile cinese contribuiscono fortemente a rendere questa collezione di immagini un tesoro culturale di portata eccezionale

Le “guaches” sono state acquistate dal Museo Etnografico di Anversa nel 1977 dal missionario belga Rafaël Verbois che visse intorno agli anni '20 del XX secolo in Mongolia, una regione oggi cinese. Attualmente sono stati acquistati dal MAS - Museum aan de Stroom di Anversa e dopo anni di studio e ricerca anche il Rubin Museum di New york nel 2014 ha dedicato una intera mostra a questi capolavori.

FORME MANDALICHE NELLE AZULEJOS DI PORTO ~ testimonianze

pubblicato 25 nov 2016, 01:09 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 27 nov 2016, 01:20 ]

di Mariella Franzitta

Porto, che noi chiamiamo Oporto, mi sorprende fin dall’arrivo all’aeroporto Francisco Sa Carneiro, una splendida struttura in vetro, trasparente, modernissima e organizzata, che mi accoglie, luminosa sia pure in una giornata dove le nuvole si rincorrono lasciando trasparire, a volte, un sole compiacente.
La sorpresa continua quando mi accingo alla scoperta della città camminando per la Rua do Almada  e le piccole vie adiacenti.
Gli occhi e il cuore si aprono alla meraviglia e rimango affascinata dagli antichi palazzi, a volte cadenti e abbandonati, rivestiti di piccole mattonelle di maiolica più o meno sbiadite dal tempo dai tenui colori mediterranei, prevalentemente bianchi, azzurri, gialli, verdi. E’ una fioritura di cento e più geometrie dalla chiara forma mandalica che rendono unica ogni costruzione.

 Ecco finalmente il mio incontro con le azuleios!

Ma qual’è l’origine di tutta questa bellezza, di questa singolarissima armonia?

Il loro nome è di chiara origine araba e deriva da “al zulaycha” che tradotto vuol dire “piccola pietra levigata”.

Con la dominazione mussulmana arriva nella penisola iberica, verso il XIII secolo, l’”alicatado” ovvero l’arte di rivestire e decorare pavimenti e pareti di piccoli pezzi di ceramica smaltata, “aliceres”, monocromi o policromi, creando complesse composizioni geometriche a forma prevalentemente stellare, tipiche del mondo arabo. I colori più ricorrenti sono il bianco, il rosso, il verde, il blu-cobalto e il marrone. L’idea che li origina è quella di riprodurre i mosaici greci e romani non attraverso piccole tessere ma mediante pezzi di piastrelle smaltate.

Il procedimento risulta molto oneroso perché richiede molto lavoro manuale con un alto rischio di danneggiamento così gli artigiani decidono di modificarlo utilizzando la “cuerda seca”, un processo di decorazione ispano-araba che prevede la realizzazione del disegno tramite una tecnica simile allo "spolvero", usato per le superfici affrescate. 
 Nascono le “azulejos”, i motivi sono moreschi e si avvicinano alle composizioni dei mosaici alicatados: festoni geometrici e rari esempi di ornamenti vegetali.
Con il Rinascimento, alla fine del Quattrocento, si ha una grande evoluzione nella realizzazione delle azulejos, nel 1498 infatti si stabilisce a Siviglia Francisco Niculoso, detto il Pisano pittore italiano formatosi probabilmente nei laboratori di Faenza, Cafaggiolo o Casteldurante che introduce l’arte della ceramica nel suolo spagnolo trasformandone il processo di lavorazione sul modello italiano.

Si dipinge sulle piastrelle come su un quadro usando una ricca policromia: blu, giallo chiaro e scuro, verde, marrone, bianco, nero, viola. Rivoluzionaria è la ricerca del chiaro-scuro, l’introduzione di motivi religiosi e del grottesco.
Siviglia è, all’epoca, il maggiore centro di produzione di azulejos.
La sua influenza è enorme ed è in questo periodo che re Manuel I introduce gli azulejos in territorio portoghese per decorare il palazzo reale sul modello dei grandi palazzi Andalusi.

Nei secoli successivi i soggetti si moltiplicano risentendo degli stili diversi ma le figure geometriche, nella loro semplice complessità, nella loro ricchezza di figure continuano ad avere un ruolo di primo piano.

Dagli anni trenta agli anni settanta l’uso delle azulejos nell’architettura portoghese decade perché considerato “arte frivola” dalle dittature prima militare e poi di Salazar, fatta eccezione nel 1927 per “la Madonna del Fascio” composta da 398 piastrelle, opera dell’italiano Leopoldo Battistini.

Attratta da questi luoghi, cammino lentamente per le antiche stradine di questa città così carica di anni e di storia; i miei passi tornano e ritornano e, mentre guardo incantata i delicati disegni geometrici e floreali che assumono forme mandaliche tra le più varie, le piastrelle paiono animarsi, palpitare…. Le pareti dei palazzi sembrano raccontarsi, da un lato all’altro della strada, i fasti di un passato lontano, ogni-una con il proprio stile, la propria personalità: ora severa, ora allegra, sempre ironica e fantasiosa….

Rimango ad ascoltare, affascinata, la voce delle antiche mattonelle che continuano a parlarmi attraverso il loro linguaggio simbolico….

Mi immergo in questa atmosfera sospesa, respiro l’aria che unisce passato, presente e futuro in un’unica realtà...

Non mi stanco mai. Non vorrei più ripartire.



Le foto: Azulejos ispano-moreschi da Oporto realizzati con la tecnica della “cuerda seca “ risalenti ai Sec. XV-XVI, sono gentilmente concesse dalla dott.ssa Franzitta  

Fonti: 
Wilhelm Jolet   “Die Geschichte der Fliese”  Portugal  15.-18. Jahrhundert
www.instoria.it
wwwe. Azulejos.fr/index_it.html

Parlando con Antonella De Santis della sua "Arte di sabbia"

pubblicato 30 ott 2016, 12:03 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 30 ott 2016, 12:11 ]

Antonella De Santis
vive in Puglia, a Castellaneta Marina in provincia di Taranto, nella vita è un’ insegnante di Lettere, per passione si dedica all’ Arte e sperimenta quella che definisce “Arte di sabbia”. Le sue sono opere figurative, soprattutto Mandala o opere di ispirazione mandalica, che hanno tutte il cerchio come motivo ricorrente e che non riproducono fedelmente struttura, forme e colori precisi dei Mandala documentati, ma che ad essi si ispirano e che reinterpreto in chiave personale.

Qui di seguito uno scambio tra e e lei sul Mandala e la sua arte.

Annalisa Ippolito: Ciao Antonella, allora come hai conosciuto il Mandala?
Antonella De Santis: Ho conosciuto il Mandala in un periodo buio della mia vita in cui, a causa di una depressione, ho dovuto seguire una percorso di counseling e nello studio della mia couselor campeggiava un Mandala che mi incuriosì e mi colpì particolarmente. Da allora ho iniziato ad approfondire le mie conoscenze sul Mandala, sulla sua storia, le sue origini orientali e i suoi simboli religiosi. 
Quest’ estate ho avuto l’ occasione che aspettavo da tempo di  assistere di persona alla costruzione e al disfacimento del Mandala del Buddha della Medicina da parte dei monaci tibetani provenienti dal monastero di Gaden – Theor Kangtsen in India, venuti qui a Taranto a diffondere la loro cultura. Un’ esperienza che mi ha messo a diretto contatto con la storia dei tibetani e del loro genocidio ad opera dei cinesi. Decontestualizzata dal suo ambiente di origine,  l’ ho percepita molto meno mistica e spirituale di come mi aspettavo, quanto piuttosto come un evento quasi  fokloristico che, comunque, contribuisce a divulgare la filosofia tibetana della non violenza  e le pratiche ed usanze tibetane molto diverse da quelle occidentali.
 

AI: Ricordi il primo Mandala che hai realizzato?
ADS: Certo, ricordo benissimo il primo Mandala, anzi i primi, trattandosi di una serie di quattro piccoli Mandala. Uno di essi, “Suk”,  è ispirato ai mercati arabi delle spezie, infatti i colori riprendono proprio quelli delle spezie e ho impiegato sabbie provenienti dalla Tunisia e dall’ Egitto poichè il disegno intricato reso da incastri di triangoli voleva rappresentare proprio l’aspetto intricato dei suk che ho visitato in Egitto e Tunisia. Di questa prima serie fanno parte anche altri Mandala che raffigurano l’esagramma simbolo dell’ energia femminile e maschile insieme, dell’armonizzazione degli opposti e il Mandala a motivo stellare che ho intitolato  “Alfa e Omega”, l’ inizio e la fine di tutto, perchè per uno strano disegno, l’ ho realizzato proprio nei giorni in cui una persona a me cara lasciava questa vita.
 Inizialmente i miei Mandala erano dei semplici giochi grafici, cromatici e materici con cui mi divertivo a creare forme ed effetti geometrici e decorativi. Poi pian piano, leggendo e documentandomi sempre più,  ho acquisito maggiore consapevolezza di cosa sia un Mandala. Oggi i miei Mandala sono molto più grandi, elaborati e complessi e ancora in evoluzione verso una continua ricerca formale e contenutistica.

AI: Vuoi raccontare qualcosa sulla scelta di questa tecnica?
ADS: Questa tecnica prevede l’ uso di sole sabbie di cui sperimento le possibilità tecniche di impiego artistico.  Esse sostituiscono il colore e si fanno esse stesse colore in quanto non sono sovradipinte e non utilizzo pittura se non, in alcuni casi, per creare sfondi intorno ai Mandala. Sono sabbie già colorate artificialmente che trovo in commercio o sabbie naturali raccolte dal mare. La tecnica che utilizzo nasce perché da tanti anni sono un’ appassionata collezionista di sabbie provenienti da tutto il mondo che raccolgo nei miei viaggi o che mi procurano amici viaggiatori. Ne possiedo tante da tutti i continenti e un giorno ho avuto la folgorazione di utilizzarle per creare qualcosa, quasi a volerle far rivivere. Non so come il Mandala sia insorto in me improvvisamente, anche se avevo già avuto occasione di soffermarmi  su disegni di Mandala, ma è come se il Mandala mi aspettasse da tempo custodito tra la polvere delle mie sabbie nell’ armadio del mio segreto inconscio.  Così mi sono ispirata ai Mandala di sabbia tibetani perché sono stata sempre affascinata dalle culture orientali, ma anche dalle pitture di sabbia dei nativi americani Navaho. E’ una tecnica che richiede molto tempo per l’ esecuzione (anche mesi di lavoro per un’ opera) e tanta pazienza perché la sua applicazione è certosina e meticolosa e i miei disegni sono minuziosi perche’ si ispirano spesso agli arabeschi e ai motivi decorativi orientalizzanti. E’ quasi un mosaico di sabbie applicate con piccoli pennelli e che, nella forma circolare dei miei Mandala,  simboleggiano per me quel pezzetto di mappamondo geografico da cui esse provengono, trasmettendo un messagio di multietnicità e confronto tra  popoli. Le mie sabbie sono state il tramite tra me e i miei Mandala, un disegno “predestinato”  e una  scelta materica non  casuale perchè il Mandala è simbolo di infinito e come recitava William Blake  “Vedere il mondo in un granello di sabba è tenere l’ infinito nel cavo della mano e l’eternità in un’ ora”.
 

AI: 
Quale significato hanno per te i Mandala?
ADS: Il Mandala per me è sostanzialmente un oggetto artistico divenuto il principale soggetto dei miei quadri.  Io non sono buddista, quindi non è per me un oggetto di culto, non sono una terapeuta quindi non utilizzo il Mandala per scopi terapeutici. Io “dipingo con la sabbia” e sono stata attratta dal Mandala per le sue suggestioni, per le sue forme armoniose e ipnotiche, per i suoi simboli.  Il Mandala è quindi  per me sostanzialmente un’ opera d’ arte, anche se è un’ immagine creata per le pratiche rituali religiose, di meditazione e di conoscenza interiore, tuttavia per le sue forme incredibili e i suoi effetti caleidoscopici, costituisce comunque un’ esperienza estetica in quanto cattura i nostri sensi con la sua bellezza, con i suoi giochi cromatici e, in questo senso, dal mio punto di vista ha un intrinseco valore artistico come celebrazione di bellezza e perfezione. Oltre ogni pretesa concettuale, realizzare Mandala per me è quindi un modo per evocare sensazioni e suggestioni e ricreare atmosfere con una manciata di sabbie che, danzando in un cerchio come popoli in girotondo,  evocano il fascino di mari lontani e terre misteriose. Il Mandala ha significato per me venire a contatto con mondi e culture diverse di cui le mie opere si fanno veicolo, in tal senso quasi un’ esperienza “esotica”, riscontrabile anche nella scelta di repertori e motivi decorativi orientalizzanti come gli arabeschi.  Inoltre è per me un modo di creare qualcosa di insolito, diverso, alternativo e in cui pochi artisti si cimentano. 
Da un punto di vista psicologico, per me “Il Mandala è il mio tondo per dimenticare il mondo e ritrovare il mio mondo”, il mio centro, il mio spazio circolare in cui sono e posso essere finalmente me stessa. Significa evadere dalla realtà, dimenticare stress, problemi, ansie e preoccupazioni e lasciare tutto il resto fuori di me per giungere ad uno stato di svuotamento mentale che mi procura rilassamento, benessere interiore, armonia e perfino gratificazione e felicità di fronte al risultato finale. E’ per me un’ esperienza liberatoria attraverso cui mi abbandono alla mia creatività e all’ ispirazione del momento e il Mandala mi trasporta in una dimensione in cui cancello il tempo e raggiungo quella pace, serenità e ottimismo che altrimenti difficilmente riesco a trovare perché io realizzo pienamente me stessa e affermo a pieno la mia personalità solo quando creo. Per me l’ Arte è libertà  ed evasione dai condizionamenti esterni che  “inquinano” il nostro equilibrio interiore. In tal senso per me il Mandala è “purificazione”.  
L’attività creativa  è qualcosa che mi riconnette con la parte più spirituale  di me stessa e della vita che spesso, con i suoi obblighi, doveri, impegni, costrizioni, schiaccia la nostra anima. L’ arte ci ricorda che abbiamo un’ anima  e che questa anima, questa dimensione spirituale che è in noi e che  troppo spesso è soffocata dalla quotidianeità, va espressa e coltivata alla pari della dimensione più tangibile e concreta dell’ esistenza. In tal senso per me il  Mandala è  “terapeutico” come tutte le forme d’ arte. Quando riesco a ritagliarmi, durante la giornata, un po’ di tempo per dedicarmi ai miei Mandala e all’ Arte in genere, quella per me è una giornata positiva e proficua, la giornata ideale, la giornata che vorrei.  Accostarmi ai Mandala è stato per me come scoprire qualcosa che, inconsciamente, era già dentro di me e che ho imparato ad esprimere anche fuori di me attraverso forme, colori, materiali che amo, esprimendo me stessa e la mia creatività innata e insopprimibile, trasformando i miei pensieri in colorati cerchi che racchiudono e proteggono il mio universo interiore.

AI: Quali sono i pregiudizi, se ci sono, che hai incontrato sulla tua arte?
ADS: Più che di pregiudizi, parlerei piuttosto di ignoranza in materia poiché sono in pochi a voler conoscere e approfondire un argomento troppo distante dalla nostra cultura occidentale e dalle nostre convenzioni. Il pregiudizio in campo artistico deriva dal fatto di creare qualcosa di inusuale e per questo poco compreso. Non è facile affermarsi con l’ “Arte del Mandala” in un ambito fatto prevalentemente di correnti e tecniche artistiche ben definite poiché realizzare Mandala non è annoverabile o classificabile in nessuna corrente artistica. Quella con la sabbia poi è una tecnica particolare non sempre considerata alle stessa stregua di altre. Perciò devo crearmi una nicchia tutta mia, rivolta ad un pubblico che apprezza proprio questa originalità. Nonostante le divagazioni propostemi, preferisco perseguire la mia strada più autentica che è quella dei miei Mandala senza lasciare che essi si confondano tra altre opere figurative con cui poco hanno a che fare e senza lasciarmi distogliere, in questa ricerca artistica ed esistenziale, da tematiche imposte e non sempre facilmente interpretabili attraverso la figurazione del Mandala.  Io vorrei fare del Mandala la mia Arte ed essere riconoscibile come “L’ artista dei Mandala”  anche a rischio di non essere compresa in certi contesti artistici in cui il  Mandala non è considerato propriamente una forma d’ Arte.  Ma per me l’ Arte è originalità, unicità e innovazione, non omologazione. Per questo però  ho sempre la sensazione di non essere considerata dagli “addeti ai lavori” allo stesso livello di artisti che seguono correnti e tecniche artistiche tradizionali. E’ questo, per me il vero pregiudizio. Trovo  che la cultura del Mandala faccia fatica ad affermarsi e, artisticamente parlando, almeno per la mia esperienza, la maggior parte dei visitatori alle mie mostre, pur manifestando molti consensi e apprezzamento, è ancora prevalentemente attratta dal genere figurativo tradizionale e difficilmente acquista o espone in casa Mandala perché i gusti diffusi sono legati maggiormente a soggetti  figurativi più classici ed immediati da capire, perché del Mandala non si conosce il vero senso e la sua funzione, viene associato a religioni troppo diverse o percepito come un cerchio puramente decorativo e non vi è  abbastanza curiosità, interesse o preparazione culturale per approfondire il suo significato più profondo e complesso.

AI:
Quali sono i tuoi progetti futuri con il Mandala?
ADS: Il Mandala racchiude in sé l’ infinito, sono infiniti i suoi significati, le sue forme, i suoi colori, il suo mondo. Perciò credo sia ancora infinita la strada della conoscenza che mi si apre davanti sperando che il tempo mi conceda di continuare a percorrerla fino in fondo.  Dal 2011 ho dovuto tralasciare l’ Arte a causa della maternità ed essendomi rimessa all’opera solo di recente, credo di avere ancora tanto da sperimentare sia teoricamente che tecnicamente e che il mio disegno del Mandala sarà soggetto ad una progressiva evoluzione. Tempo permettendo, vorrei lasciarmi sempre più andare al Mandala in modo che il suo disegno in me diventi sempre più fluido, libero ed istintivo, affinchè attraverso di esso anche il mio animo impari a lasciarsi andare e a superare blocchi emotovi, inibizioni, freni e limiti interiori che, inevitabilmente, la vita impone.
Mi piacerebbe incontrare e parlare  di persona con un monaco tibetano per intervistarlo e lasciare che mi trasemetta la sua conoscenza su ogni forma e simbolo dei Mandala. Mi piacerebbe acquisire una conoscenza ancora più approfondita sull’ interpretazione del linguaggio mandalico che ciascuno di noi ha in sé.  Sento di essere in quella fase artistica di sospensione in cui si volta pagina e ci si ritrova davanti ad una nuova tavola bianca e vergine sulla quale si deve trovare il coraggio di lasciarsi andare a nuove ispirazioni. Vorrei quindi realizzare una nuova produzione per esporre in altre mostre personali nuovi Mandala di sabbia  reinterpretati a modo mio.  Un progetto ambizioso che richiederebbe anni di lavoro è quello di  continuare a studiare a fondo gli antichi rosoni medioevali che per forma, struttura e simboli sono assimilabili ai Mandala, la mia ultima opera ora in corso è , infatti, proprio il Rosone tridimensionale in sabbia della cattedrale di Matera, un lavoro complesso che sta richiedendo mesi per la sua realizzazione. Come fanno le donne indiane con i Kolam, mi piacerebbe disegnare Mandala di sabbia per terra, nelle piazze, sarebbe un’ esperienza nuova per me. Di recente ho anche iniziato a disegnare a mano libera Mandala ispirati al metodo Zentangle che è la filosofia del “creare con consapevolezza” e vorrei continuare anche questa esperienza grafica che mi piace perché conduce il mio momentaneo atto creativo laddove nemmeno io stessa so di arrivare o prevedere. Mi piacerebbe condividere con altri la mia esperianza del Mandala divulgando la sua conoscenza tra la gente, come già cerco di fare nelle mie esposizioni e magari, tempo permettendo, tenere delle lezioni per insegnare la sua storia o organizzare dei laboratori per insegnare l’ Arte di sabbia dei Mandala. Questo perché un approccio pratico al Mandala credo sia più accattivante e susciti maggiore interesse. Tutti possono accostarsi al Mandala anche se inizialmente in forme semplici ed istintive, l’ ho sperimentato in una delle mie ultime mostre in cui ho esposto un grande cerchio bianco e vuoto segnato solo da sottili linee guida che partivano dal centro  e ho invitato i visitatori  a divertirsi disegnando delle libere forme fantasiose disposte in senso circolare. Il risultato è stato un grande Mandala, come un puzzle in cui ciascuno ha lasciato un semplice segno della propria creatività e fantasia del momento. A volte impiego il Mandala a scuola, come insegnante, con alunni iperattivi e con difficoltà  di apprendimento e ho constatato che colorare Mandala li aiuta a rilassarsi nel banco e a concentrarsi in un’ attività precisa  senza più disturbare la lezione! Inoltre sto sperimentando l’ esperienza didattica che potrebbe diventare un progetto più ampio e che ho chiamato “Favole e Mandala”: in classe ci ritagliamo un momento ludico - creativo, i ragazzi colorano Mandala, poi ne scelgono uno e si soffermano ad osservarlo e,  lasciandosi  ispirare dalle sue  forme e dai  suoi colori, si cimentano nel dare un titolo al Mandala stesso e nell’ inventare una storia, un racconto, una favola….e i risultati sono davvero sorprendenti e di grande poesia e bellezza…  E’ un inizio… Le idee non mancano, quel che manca per realizzare tutti i sogni e i progetti è solo il tempo…

AI: Grazie per tutte le tue parole.
ADS: Ringrazio quanti mostreranno interesse per questa mia testimonianza. Antonella 

Per contattare Antonella e visionare le sue opere: 
pagina Facebook , Antonella De Santis
 mail   desantis.67@libero.it

Mandala di Dacia nel nome del simbolismo

pubblicato 6 set 2016, 23:03 da Annalisa Ippolito

In occasione del festival del fumetto di Bruxelles, tra gli stand dedicati alla cultura Europea e Internazionale mi sono imbattuta in un libro quadrato, dalla copertina rossa, un libro da colorare, dal titolo “Mandale - Dacide”  (Mandala di Dacia). 

Il libro è il risultato di un progetto a quattro mani, di cui sono già arrivati al secondo volume, i mandala sono di Mihai Ionț Grăjdeanu, disegnatore e , testi sono di Mădălina Corina Diaconu giornalista laureata in Storia dell'arte all'Università di Bucarest. Entrambi sono lì a promuovere il progetto e la storia della loro Terra di origine l'antica Dacia, l'odierna Romania, attraverso libri disegnati e fumetti. 
Il libro sui mandala si inserisce in questa valorizzazione e ricerca delle radici. Dato che sono entrambi presenti e ho la possibilità di scambiare due chiacchiere e chiedere com'è nata l'idea di questo libro.

I soggetti dei mandala sono tutti ispirati dalla storia delle origini della Dacia, pre-romana e quella romanai manufatti e gli stemmi, la gioielleria di origine traco-geta, perfino le armi dei daci riportate sulla colonna Traiana. 
  

Gli antenati Daci hanno lasciato un patrimonio culturale-artistico che merita una rivisitazione e  un recupero mi  dice Mihai. Lui ha avuto l'idea mentre guardava il tempio di Sarmizegetusa, che fu capitale del Regno di Dacia, fino alla conquista romana del II secolo d.C. un sito archeologico ancora oggi visitabile. Il suo distretto era un importante sito spirituale e il suo tempio posto proprio al centro delle costruzioni non solo era circolare ma aveva anche una funzione calndariale e veniva utilizzato anche come segnatempo per gli eventi piu importanti. La scelta di questo sito è suggestiva proprio perché la sua ciclicità corrisponde al concetto di mandala e dell'organizzazione del tempo.
Partendo da questo primo esperimento, poi ha avuto l'idea di creare mandala specificatamente ispirati alla cultura rumena arcaica partendo dai simboli recuperati sui gioielli, sul vasellame, sulle monete e sugli stemmi trovati nei siti archeologici. 

A questo proposito quando gli chiedo quale sia il suo preferito lui mi mostra il simbolo del sole con le sue teste di cavallo.  Ispirato ad una applique, del V - IV sec a C. appartenente al Tesoro di Craiova, il mandala ha a che fare con il sole e il suo circolo. 
Le appliques originali hanno tre o quattro teste di cavallo che sono riportate fedelmente nel mandala, proprio per ricordare la ciclicità del tempo e del mandala.

Il simbolo ricorda con il tre la triskell celtica, nel quattro la svastica buddista, ma aggiunge  Mădălina “questo simbolo 
è molto più antico di quello tibetano”, già, perché la spirale è l'origine dell'universo ed indica la forza generatrice della vita e come iconografia si trova persino sulle incisioni paleolitiche. Mentre li ascolto, penso a quante similitudini tra le culture e questo mi convince, se ce  ne fosse ancora bisogno, che esiste nel mondo interiore un legame spirituale, antico quanto la coscienza o forse meglio dire l'incoscienza, ma che comunque abita l'anima e il sentire dell'intera umanità. 

Il sole, per esempio, è rappresentato con un cavallo anche nei mandala tradizionali tibetani, il cavallo ha origini caucasiche e nella mitologia e nell'immaginario collettivo è l'allegoria della potenza, della forza e della velocità. 
Su questa immagine voglio fermarmi, perché il cavallo secondo la tradizione buddista fa il giro del mondo quattro volte portando ovunque il Dharma e le preghiere dei meditanti. Mi piace pensare che il cavallo del sole oggi mi abbia portato un incontro inatteso “nel nome del simbolismo” con il mandala e il suo potere enorme, come la dedica di  Mihai Ionț Grăjdeanu mi ha suggerito. 

Gonkar Gyatso – arte contemporanea, buddismo e mandala

pubblicato 8 mag 2016, 04:31 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 8 mag 2016, 04:33 ]

Gonkar Gyatso  è una artista contemporaneo, nato in Tibet, ha studiato prima a Pechino, poi a Dharmsala e attualmente vive a Londra dove ha fondato la “Sweet Tea House”, una galleria di arte contemporanea tibetana. 

Le sue opere sono un omaggio alla tradizione spirituale del buddismo ma realizzate con adesivi che sono un evidente riferimento alla cultura di massa del XXI secolo. Cresciuto in Cina in un’epoca in cui la cultura tradizionale del suo paese di origine, il Tibet, e quella occidentale erano ostracizzate, ridicolizzate e strettamente soppresse, Gonkar Gyatso tenta una mediazione e di far convivere le anime dei mondi in cui è cresciuto e in cui si è evoluta la sua parabola di artista. 
Il suo ideale è - come racconta in un’intervista di Alex Allenchey – la coesistenza tra le due (spiritualità tibetana e cultura occidentale e consumista ndr) perché anche quando la pratica religiosa diventa estrema può essere oppressiva. 

Così nella raffigurazione dell’immagine del Buddha attraverso stickers e ritagli di giornale Gyatso si propone di esprimere un ponte tra “il riflesso dell’illuminato che vede la totalità del tutto e tutto cerca di comprendere” la Città moderna che a suo modo è un altro tipo di contenitore. Le aree urbane, in cui convivono e talvolta si scontrano, persone, idee e culture diverse si trasforma in uno spunto per una meditazione privata che porta Gyatso a dare un senso al mondo attraverso la sua pratica di ritaglio e assemblaggio.

L’arte di Gyatso, restituisce una forma contemporanea di mandala, dove la rappresentazione dell’universo moderno, attraverso la raffigurazione di antiche forme racconta una spiritualità avanzata e capace di riassorbire nel presente quotidiano la tradizione e la ricchezza spirituale di un popolo e della sua umanità. 

Più informazioni sull’artista e sulle fonti
http://gonkargyatso.com/
https://tibetanartcouncil.wordpress.com/
http://www.todayonline.com/

Testimonianze: Il mandala tempo di cambiamenti

pubblicato 7 ott 2015, 00:40 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 7 ott 2015, 01:26 ]

La sezione Testimonianze si arricchisce di una riflessione: Eloisa Agliata e' una dottoressa in filosofia e counselor gestaltica; ci siamo incontrate sulla via del mandala e ogni volta l'impressione di avere incontrato un'anima affine mi accompagna forte. Con grande gioia ho assistito al fiorire di una bella anima e di una professionista seria e dedicata. Insieme abbiamo parlato, immaginato il mondo "mandalicamente" e con profonda emozione ho visto le sue visioni prendere forma nel suo primo laboratorio dedicato a questo strumento. Mi pregio  di aver raccolto questa sua testimonianza sul mandala per condividerla con tutti i lettori come ringraziamento per il grande dono del "cerchio sacro". 


Da sempre il “ conosci te stesso” ha guidato la mia vita; da quando ero bambina ho sempre sentito un desiderio di conoscenza che non mi permetteva di accontentarmi di ciò che appariva ai miei sensi e via via che crescevo le grandi domande esistenziali che da sempre l’Uomo si è posto iniziavano a farsi spazio dentro di me: “ Chi sono, da dove vengo, qual è il senso da dare alla mia vita.” Ecco, credo che sia proprio la ricerca di senso che mi abbia spinta ad incontrare il Mandala, o forse a riconoscerlo. 

Ricordo ancora quando in un sogno, durante un momento di grande confusione e cambiamento mi apparve questa forma circolare con un puntino al centro: da lì è iniziato un viaggio. Ho cominciato dapprima con il colorare Mandala ed ogni volta che i colori prendevano forma ne ero rapita, il tempo volava, e terminata la colorazione avvertivo al mio interno un cambiamento che in seguito ho imparato a codificare come “centratura”: il Mandala mi guidava nel mio centro. Approfondendo sempre di più la conoscenza di questo simbolo, mi rendevo conto delle profondità nelle quali era capace di condurmi. I colori, le figure che liberamente lasciavo che venissero a galla dopo ogni Mandala mi guidavano in una dimensione misteriosa e sconosciuta che piano  - piano salivano alla mia coscienza e consapevolezza. 

Ogni appuntamento con il Mandala era ed è un appuntamento con il mio spazio sacro, quello abitato dall’anima. Con il tempo ho imparato essere uno spazio da rispettare, onorare e proteggere. Questo è per me il Mandala: dialogo e scoperta con e di se stessi, del principio che ci anima verso la realizzazione di esseri umani.
E’ come se rappresentasse la danza circolare della vita e quel movimento di evoluzione a spirale di cui parlava Jung: quel continuo movimento che dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno prosegue in un processo di armonizzazione degli opposti, da noi agli altri e dagli altri verso di noi.

Oggi, grazie anche all’incontro con altre persone tra cui Annalisa che ringrazio profondamente, sono consapevole, che tutta questa ricchezza è un dono ricevuto da condividere, così è nata l’idea del laboratorio di autoconoscenza sul femminile condotto a giugno con l’Associazione Hermes di Taranto e La casa delle Donne. E’ stata un’occasione di grande scambio tra tutti i partecipanti. Il Mandala, ancora una volta, mi ha stupita con il suo grande potere di arrivare all’essenza ed al cuore di chi è pronto a ricevere e ad accoglierne il suo messaggio. 
Per me, il suo, di messaggio, è stato potentissimo: è tempo di cambiamenti….
….e il viaggio continua...
Eloisa Agliata

I 'Mandala' di Philippe Waty

pubblicato 27 set 2015, 09:16 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 27 set 2015, 09:17 ]

Fino al 10 ottobre a Bruxelles, presso la galleria INTUITI ha luogo una mostra dal titolo: “Mandala”. 

L'autore delle opere è Philippe Waty, esponente della moderna pop art, che dagli anni '70 ha elaborato una filosofia espressiva improntata alla lettura e rielaborazione di Logo e simboli che sono parte della nostra esperienza quotidiana. Nell'ottica che ogni simbolo ha un significato, più o meno celato e sublimato, Waty si lancia nell'esplorazione di geometrie antiche e la sua figura più compiuta: il cerchio. 


Le sue opere introducono  in un mondo di colori e forme esplosivi e, dove non c'è spazio per le sfumature, tutto è molto esasperato e impresso con ardore nuovo. Waty con i suoi mandala unisce l'espressione del movimento artistico degli anni '80 e '90 che ha guardato alla pop art e il grafismo della pubblicità, dei loghi e delle insegne.


Le sue figure,  assumono nuove funzioni e soprattutto nuovi significati, traducendosi in un linguaggio visionario e innovativo, che danno una lettura della realtà completamente nuova e alternativa.


I mandala di Waty costituiscono una sfida ai nostri sensi e una sfida all'armonia e all'equilibrio che siamo abituati a cercare nel mandala. 


L'arte di Waty è un'arte che guarda alla strada, al mondo contemporaneo, alla “scrittura” pubblicitaria degli anni 80 e 90 dello scorso secolo, quando la sua già forte espressività si riempie di colori primari e forme di una compiutezza estrema.


Molto interessante come esperienza di contemporaneità il connubio tra il linguaggio del colore puro,e l'antico e atavico significato del cerchio, sinonimo di infinito. 


Il tentativo di creare un legame nuovo tra quei simboli antichi e il colore puro è nell'intenzione dell'artista un tentativo per trasformare la realtà, o quello che questi simboli rappresentano, in qualcosa d'altro. Perché uno dei ruoli dell'artista è anche quello di trasformare e riscrivere la realtà, renderla interessante tramite un gioco. Perché come espresso in una intervista l'artista in fondo gioca.


Una interessante retrospettiva dedicata a questo artista scomparso nel 2012 di cui ci restano alcuni mirabili e sicuramente provocatori mandala.


Info:
http://galerie-intuiti.tumblr.com/



Parlando di mandala con Sue O'Kieffe

pubblicato 7 set 2015, 03:37 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 7 set 2015, 03:37 ]

Sue O'Kieffe e' un'artista visionaria e ispirata dalla natura e dagli elementi, crea mandala elaborando le sue foto e ascoltando l'ispirazione della voce interiore.
Ora ho il piacere di condividere questa sua testimonianza sul mandala e il suo modo originale di crearli. 
un bello scambio che nasce dalla nostra frequentazione telematica che dure da anni quando entrambe frequentavamo uno dei primi forum sul tema...

Ci racconta di come ha conosciuto il mandala al college, come ha cominciato ad elaborare i mandala partendo dalle sue fotografie nel 2005, di come si lasci ispirare dalla natura e dai messaggi del cosmo...

Clicca qui per la versione integrale in inglese e buona lettura.


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