Quando e perche’ non fare un mandala - (22 luglio 2011)

pubblicato 22 lug 2011, 15:13 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 02 ago 2011, 12:27 ]
In anni di studio e lavoro sul mandala ho fatto molte esperienze e incontrato tantissima gente.
Dai piu’ esperti ai piu’ appassionati tutti hanno in comune una cosa: il profondo rispetto per lo strumento verso cui si muovono, cui guardano e che sperimentano.  Perche’ il mandala è una cosa seria, anche se spesso è presentato come un’attivita’ ludica e creativa. E’ sicuramente un’esperienza benefica per il nostro animo e il nostro spirito ma proprio per questo richiede  cura e attenzione nell’affrontarla. 

E’ importante rendersi conto che non e’ un’attivita’ da prendere alla leggera, anche se si puo’ portare avanti da soli necessita di una base di conoscenze e soprattutto non si dovrebbe prendere un mandala con superficialita’ cosi’ come non si farebbe una seduta di agopuntura o una di pranoterapia o non ci sogneremmo mai di prendere i fiori di Bach senza consultare un esperto.
Un mandala è uno strumento potente. Fa parte di una disciplina e di una cultura che per secoli l’ha mantenuto segreto, in quanto strumento di passaggio per gli iniziati  nel cammino verso l’illuminazione. Solo dal 1973, dopo l’invasione cinese con la diaspora e l’esilio del popolo tibetano dalla propria terra e per espresso volere del Dalai Lama, il mandala ha cominciato a essere esposto e spiegato anche ai non adepti. 

Mandala è una parola sanscrita che ha una pluralita’ di traduzioni: cerchio sacro, testo, comunita’, contenitore dell’essenza, ma ha un significato simbolico preciso e chiede coerenza oltre che rispetto nel momento in cui ci si avvicina a lui. 
Nella stragrande maggioranza dei casi questa parola ha assunto il significato di nome comune per designare tutto cio’ che ha forma circolare. In realta’ il mandala e’ la immagine del Palazzo celeste delle divinita’ che appare ai monaci tibetani come visualizzazione durante la meditazione. Per arrivare a questo impiegano anni di studi e di applicazione teorica e pratica sotto la guida di un Lama esperto. Nulla nel mandala tradizionale e’ lasciato al caso.

In Occidente a renderlo vicino alla gente ci ha pensato lo psichiatra svizzero Carl G. Jung studiandone gli aspetti e i risvolti psicologici e le molteplici sfaccettature
Quello che ha fatto Jung con i suoi studi è uno dei cardini sui quali ci si muove ancora oggi per studiare le applicazioni terapeutiche del mandala. Un particolare che mi piace ricordare pero’ riguarda il tempo che Jung ha dedicato allo studio del mandala e delle forme mandaliche prima di scriverne, lo psichiatra infatti dedico’ ben piu' di venti anni della sua vita e numerosissimi viaggi nei cinque continenti per approfondire le sue ricerche. 
Con questo non intendo dire che ciascuno di noi debba passare tanti anni a studiare il mandala ma auspico che chiunque voglia utilizzare il mandala come strumento di benessere e guarigione, per se’ e per gli altri, non si senta un “esperto guaritore” o un “terapeuta” solo perche’ ha letto un paio di libri, per quanto ben fatti, sul mandala, piuttosto si orienti verso studi seri e approfonditi. 
Il mandala non si puo’ spiegare teoricamente perche’ è una esperienza, bisogna attraversarlo e lasciarsi attraversare. Anche in questo caso e’ necessario prima un cammino personale e solo dopo aver compreso i diversi livelli si puo’ passare allo stadio successivo e dare lo strumento ad altri. Sempre con rispetto e sensibilita’.

Spero di non dover mai piu’ assistere ad eventi in cui i relatori non conoscono nemmeno la differenza tra le diverse forme mandaliche e il mandala vero e proprio. O peggio, eventi in cui la cultura di riferimento è scimmiottata per creare quel giusto mix di esotismo e spiritualita’ che tanta presa ha su persone la cui formazione in materia e’ scarsa ma che in buona fede sono "in ricerca" di qualcosa che aumenti e garantisca il loro benessere. 

Il mandala, scrive Robert S. De Ropp, “e' un libro che contiene  in se' un'ampia varieta' di informazioni,  ma colui che intendesse leggerne i simboli  deve apprenderne il linguaggio”. Un invito imperativo da rispettare.

Annalisa Ippolito