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Ngor Kalachakra Mandala

pubblicato 4 set 2018, 08:18 da Annalisa Ippolito

Il mandala Kalachakra del Monastero di Ngor, in Tibet, datato XVI secolo, appartiene alla collezione dello stesso monastero e è fatto risalire alla tradizione Sakya di cui il monastero è depositario. Il mandala si è salvato dalla rivoluzione degli anni ‘50 e ora si trova al Philadelphia Museum of Art.


Lo schema del mandala, l’iconografia e l’impostazione architettonica rimandano alla tradizione nepalese Cakrasaṃvara del XV secolo che a sua volta riceve le influenze dello stile Newa diffuso già nel secolo precedente. É interessante notare come i maestri pittori assimilassero i mandala nella loro tradizione contemplativa e artistica.

Sappiamo infatti che il mandala è uno strumento di meditazione, ma anche didattico aiuta il discepolo a visualizzare i passaggi da fare per raffigurare il rapporto con la virtù del Buddha che si intende onorare attraverso la sua visione.


In questo mandala, il centro è occupato da un trono di Loto a sedici petali sul quale risplende la figura blu di Kalachakra su due gambe una rossa e una bianca, con ventiquattro braccia e quattro volti, ciascuno che guarda in una direzione e tre occhi per ogni faccia. È abbracciato alla sua consorte il cui corpo differisce notevolmente. Vishvamata infatti, ha il corpo tutto dorato, una sola testa con tre occhi e due braccia, il suo corpo aderisce a quello di Kalachakra e in un abbraccio  pieno di energia e potenza.


Intorno a loro una serie di cerchi concentrici che si espandono dal centro verso la periferia nei quali sono collocate delle divinità e otto raggi che dal mozzo, nel quale è contenuta la sacra coppia si estendono verso l’esterno. In ciascuno dei punti cardinali sono collocate delle divinità femminili importanti, mentre alcune figure complementari occupano invece le diagonali dei punti intermedi.

Vicino al mozzo, tra queste figure si trovano otto coppe a forma di teschio poggiate su petali di loto che contengono l’ambrosia.


Come la tradizione kalachakra vuole, a ogni cerchio partendo dal centro, dove si trova la prima ruota, quella della “saggezza incontaminata” (da cui derivano gli altri mandala), corrisponde ad un elemento. Così abbiamo la terza ruota il mandala della terra, il quarto è mandala dell’acqua, il quinto il mandala del fuoco, sesto dell’etere e settimo dello spazio.  A ogni raggio corrisponde una porta o cancello per un totale di otto, ciascuna con una coppia di guardiani. Nei cerchi esterni si trovano la ruota

.

Il numero delle ḍākinī e dei loro consorti che sono settandadue più la coppia sacra di Kalachakra e  Vishvamata da il nome al mandala “The Seventy-Three Deity Mahāsaṁvara Kālachakra Mandala.”


Fonti scheda:

A Radial Ngor Kālachakra Mandala in Mandala: The Perfect Circle catalog by the Rubin Museum of Art, 2009.

Ngor Mandala compilation of the 19th century rgyud sde kun btus, Philadelphia Museum

The Ngor Mandalas of Tibet, Listings of the Mandala Deities.  Bibliotheca Codicum Asiaticorum The Centre for East Asian Cultural Studies, 1991.

Tibetan Mandalas (Vajravali and Tantra-samuccaya), Raghuvira and Lokesh Chandra, 1995.


Ruota: simbologia e mandala

pubblicato 10 ago 2018, 14:24 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 10 ago 2018, 14:41 ]

La ruota ha un legame intrinseco con il mandala.

È una delle forme geometriche più antiche che si conoscano, partecipa della perfezione statica del cerchio e nello stesso tempo del movimento della spirale. Per questo motivo si dice che la ruota sia un cerchio imperfetto, perché implica il fattore movimento, l’energia e la ciclicità, il perpetuo rincorrersi di giri e il contatto con il centro e con l’esterno grazie ai suoi raggi. Eppure ha un punto fisso: il centro.

La ruota non solo è stata una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità, ma si rivela un simbolo collettivo e archetipico.


Dalle origini il suo significato assume aspetti spirituali, legati al tempo, ai cicli delle stagioni alla geografia, alla medicina e alla rappresentazione della divinità, degli astri, del sole e della luna.

Si potrebbe dire che l’umanità sia stata ossessionata dalla ruota, fin dalle origini esistono miti, leggende, credenze legate alla ruota. Si parla dell’importanza della ruota già nei testi vedici in cui è associata al cosmo e al significato di rinnovamento e la la divisione dello spazio e del tempo. Nell’India del tantrismo la ruota è collegata ai centri sottili che sono attraversati dall’energia kundalini e li chiama Chakra, le tappe fisiche simboli della circolazione energetica.


Le religioni, tutte, hanno a che fare con la ruota e si trovano testimonianze di divinità collegate alla ruota fin nei tempi e nelle regioni più remote del mondo. La ruota con il suo eterno movimento ci ricorda che la vita non è statica e per questo motivo, ricorre nei simboli come quelli dellI’Ching o Libro dei Mutamenti dove ricorda il perpetuo evolversi e ritornare senza fine al punto di partenza per poi rimettersi in moto. Nel simbolismo cinese il mozzo rappresenta il cielo e la circonferenza la terra, quando l’essere umano parte dalla periferia, in qualche modo il mondo materiale per arrivare al centro dell’essere, al divino e ai suoi valori.

Nel mondo islamico la ruota è l’allegoria della vita e dell’alternanza dei momenti felici a quelli infelici, non c’è una linea retta nell’esistenza, ci sono alternanze, capovolgimenti e ritorni, ma mai staticità. Rispecchia il ritmo del cosmo.

Nelle epoche più remote la rappresentazione del sole e della luna avveniva con un cerchio e dei raggi, quindi con una ruota; i raggi indicavano il viaggio degli astri e il loro ciclo, il movimento. Per questo motivo molte divinità del pantheon delle credenze precedenti al monoteismo hanno accanto una ruota. Taranis, il dio celtico del tuono, è rappresentato con una ruota, così come Visnhu o Apollo e, in tempi in cui la luna era l’emblema del divenire ciclico era raffigurata con un cerchio, ne portavano il simbolo l’egizia Iside e la dea della caccia Diana. La tradizione della ruota non si ferma con l’avvento delle religioni monoteiste. Tra i santi cristiani l'attributo di santa Barbara è la ruota. Anche alcune visioni mistiche di Ildegarda di Bingen hanno la ruota come principale forma a rappresentare il Paradiso e il Creato. Diversi Profeti nella Bibbia, come Daniele e Ezechiele descrivono delle visioni in cui sono presenti le ruote infiammate o ruote alate, e secondo il teologo Pseudo Dionigi l’Areopagita queste ruote hanno il potere di rivelare i misteri e quindi sono strumenti di illuminazione per i non iniziati, ”elevano le intelligenze dal basso, poiché fanno discendere fino agli umili le illuminazioni più elevate”.


In questo senso la ruota condivide il suo significato con la ruota del Dharma buddista, in cui gli otto raggi stanno a significare gli otto sentieri per arrivare all’illuminazione e rappresenta in genere tutto l’insegnamento del Buddha che, si dice, mise in movimento la ruota del Dharma con il suo primo sermone. Nel buddismo la ruota è sinonimo di completezza e totalità e quando si mette in moto porta i suoi insegnamenti ovunque e a chiunque. Una interessante assonanza con il concetto espresso successivamente dal teologo Areopagita.


La ruota non ha inizio e non ha fine, ma mette in contatto il mondo terreno con quello divino, il centro è il mozzo, fisso, immobile, il vuoto dove tutto è possibile e risiede l’origine e la potenza dell’universo, intorno i raggi e tutto ciò che è compreso nel cerchio esterno diventano uno spazio sacro. Come spiega il Fulcanelli, ne “Il mistero delle cattedrali” la ruota centrale dei portoni o rosone è un veicolo, che andando tra cielo e terra mette in relazione il divino e il profano. Questa interpretazione si avvicina molto a quella di Carl Jung, lo psichiatra svizzero, che nella ruota dei portali, o rosone, vede un altro tipo di mandala e lo assimila ad un veicolo che contiene il tutto. Jung aggiunge che i rosoni sono “unità nella totalità”,  un veicolo dove “il Sé dell’uomo trasposto sul piano cosmico” favorisce il ricongiungimento del centro mistico con quello cosmico.

Nel Medio Evo la ruota diviene simbolo di fortuna, intesa come “sorte” o destino oppure come fortuna una forza naturale che distribuisce benessere. Così nei libri miniati, come sulle facciate delle cattedrali compaiono sculture in pietra, incisioni e bassorilievi con la ruota della vita o la ruota della fortuna.


Il mozzo, della ruota della vita, diventa l'ombelico del mondo, il centro verso cui tendere per riordinare il caos e recuperare la pienezza della vita dato che è l’unico punto fermo dell’intero sistema. La ruota della vita viene assimilata all’arcolaio in mano alle Parche o alle Moire che decidono filando come il ciclo della vita sarà fermato per poi riprendere. In Oriente invece, la ruota dell'esistenza non conosce una fine perché la vita è una continua evoluzione verso il “nirvana” o “illuminazione” e in ogni caso per raggiungerlo sono necessarie diverse vite, tutte rappresentate nella cosiddetta ruota dell’esistenza o “Samsara”.


Il mandala geometrico con dei raggi che lo riconducono al centro è una ruota e spesso trovare una ruota rappresentata nel nostro mandala rimanda ad una certa stanchezza, alla noia verso dei comportamenti che sono ripetuti meccanicamente perché comodi o perché si teme il cambiamento. La ruota porta con sé diverse possibili letture specie nel mandala individuale, ma ciascuna ha a che vedere con la personale carica di energia e con la scarsa capacità personale di incanalarla. Trovare una ruota può voler dire che il nostro cuore e la nostra anima hanno bisogno di svincolarsi da situazioni pesanti e fruste. Per questo motivo è necessario cominciare a farla girare e andare verso il centro, verso l’origine di tutte le paure e le ripetizioni per recuperare l’origine e cambiare verso. Il bello della ruota è proprio che nonostante sia sempre in movimento con un grande impegno di volontà, pazienza, consapevolezza e amore è possibile farle cambiare verso infondendole una nuova vitalità.


Fonti:

C. Jung, Mandala symbols

M. Eliade, Miti, sogni e misteri

M. Eliade, La nostalgie des origines

G. Guenon, Simboli sacri

M. Chebel, Dizionario dei simboli islamici

J. Chevalier - A. Gheebrant, Dizionario dei Simboli

Dagyab Rmpoche, Simboli Buddisti e cultura tibetana


Mandala Vajrâmrita

pubblicato 4 lug 2018, 10:35 da Annalisa Ippolito

Il mandala Vajrâmrita presente in questa immagine  ha una funzione didattica, come la maggior parte dei mandala dipinti su tavola, tela o seta. Dedicato al dio Vajrâmrita (Ambrosia adamantina) una divinità tutelare molto onorata tra il XIV e il XV secolo, il mandala riproduce la forma tradizionale del mandala con le quattro porte.

Vajrâmrita dalle sei braccia e dal corpo verde, siede al centro del mandala  ed è rappresentato nell’abbraccio sacro con la dea Svâbhaprajnâ. Nello spazio subito esterno, negli otto petali del loto che circondano il centro, sono sedute otto dee; sulle porte due guardiani e due guardiane proteggono lo spazio sacro, mentre tutte le divinità sono rappresentate con tre teste e sei braccia. 

All’esterno del mandala, nei quattro angoli, una composizione di venti medaglioni contenenti feroci divinità a tre teste e una serie di personaggi religiosi, che secondo gli studiosi, potrebbero appartenere alla setta Sa-skya-pa, una filiazione spirituale dell’antico monastero Sa-skya (Sakya) fondato a Nord del monte Everest nel 1073.

Quest’opera è una espressione dello stile “nepalese”, detto Newa al suo apogeo in Tibet nel XV secolo, di cui si riscontrano i temi dominanti del rosso e del blu, gli sfondi floreali, gli archi trilobati, i pilastri vegetali e fiamme frastagliate, le figure slanciate dai visi paffuti tutto reso con una attenzione particolare al dettaglio che rivela un insieme prezioso e sofisticato.

Museo Guimet Parigi

Mandala di Purificazione da colorare

pubblicato 8 giu 2018, 08:31 da Annalisa Ippolito

Il mandala qui presentato e' stato creato da Mara Minchio seguendo l'ispirazione dettata dalla sequenza di mantra che si trovano nel libro di G. Cella "Il grande libro dello yoga".

E' un mandala che abbiamo ricevuto in occasione di un incontro con il gruppo storico bolognese e, con il permesso di Mara Minchio, ho il piacere di condividerlo su mandalaweb.info per augurare a tutte e tutti una buona estate.

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Questo mandala segue un percorso di apertura e purificazione, per prepararsi alla stagione nuova, la Primavera, ma si puo' colorare e meditare anche quando si vuole affrontare un cambaimento, quando si sente la necessita' di mettere ordine nel caos del nostro quotidiano e per rilassarsi in vista di una decisione da prendere.

Il mandala con le quattro porte e' la base del mandala tradiizionale tibetano e i simboli inseriti negli spazi sacri sono allegorie del percorso che segue il mantra; un percorso iniziatico, educativo nei confronti di noi stessi prima di tutto. 

La sequenza e' importante per rispettare le intenzioni di chi l'ha creato e del mantra  che ne e' l'ispirazione.

Il rinnovamento e' spesso il frutto di un percorso di vita interiore, a volte regolato da una serie di eventi della realta' in cui siamo immersi, tale per cui non sempre dipende dalla nostra volonta', ma quello che possiamo fare noi e' di accettare queste prove, queste provocazioni che la vita ci offre e trovare un nuovo equilibrio e una stabilita'... 

Un mandala interessante e ricco di spunti... auguro a ciascuno  di trovare la sua risposta, la sua strada e la sua intenzione.

Io ringrazio dal profondo per questo dono ricevuto e per la generosita' di Mara che ha voluto condividerlo con tutti noi. 

Per trovare altri mandala da colorare durante l'estate cliccate sulla pagina mandala da colorare, ci sono anche dei suggerimenti su come utilizzare il mandala a casa da soli.... 

 



Il mandala, le emozioni e la ruota di Robert Plutchik

pubblicato 2 giu 2018, 09:19 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 2 giu 2018, 09:52 ]

Il mandala è un mezzo attraverso cui esprimiamo noi stessi, il nostro legame con la natura, l’universo, le esperienze quotidiane e la nostra spiritualità. Tutto questo ha a che fare con le emozioni.

Le emozioni sono l’espressione di ragione e sentimento, sono reazioni psicologiche e fisiologiche che proviamo rispetto alle situazioni che ci coinvolgono. E sono molto importanti.

Le emozioni ci aiutano a comunicare, basti pensare al nostro viso o alle espressioni che costellano la nostra comunicazione: quando siamo allegri e felici spesso sorridiamo, quando siamo tristi o preoccupato il viso appare tirato, lacrimiamo.


Già gli Egizi e dai Cinesi millenni prima di Cristo studiarono le emozioni credendo che risiedessero nel cuore, fino a quando Ippocrate nel IV secolo a.C. scrisse che invece le emozioni dimorano nel cervello. Tuttavia nel linguaggio comune le emozioni risiedono ancora nel cuore, basti pensare alle frasi  “avere a cuore una situazione, avere un cuore tenero, avere un cuore di pietra, il cuore pesante o gonfio di gioia”, o basti pensare alle poesie, alla letteratura, o alla musica dove molte canzoni sono dedicate al cuore e ai sentimenti che contiene.


Nell’epoca moderna è stata data una concezione più scientifica sulla sede delle emozioni che sono alloggiate nel cervello, nel XX secolo arrivano le definizioni più sofisticate, secondo cui il cervello o meglio il cosiddetto sistema limbico è alla base della percezione delle emozioni. Ne parlano sia Daniel Goleman sia Robert Plutchik. E quest’ultimo è l’autore di un interessante schema di emozioni che poi ha rappresentato in un fiore a stella che richiama un fiore mandalico.

L’aspetto interessante della ruota o fiore di Plutchik che vede nel centro le emozioni più forti e nella periferia quelle più stemperate, fino a creare un mélange nella parte più esterna, è la similitudine con il mandala tradizionale tibetano.


Nella cosiddetta “ruota della vita”, non propriamente un mandala quanto piuttosto il primo esempio didattico fornito dal buddismo per comprendere il ciclo di vita, morte e rinascita chiamato Samsara, le emozioni risiedono al centro, nel mozzo, e sono raffigurate mediante l’allegoria di tre animali il serpente (la rabbia), il maiale (l’ignoranza) e il gallo (l’attaccamento).  Queste tre emozioni negative, chiamate anche “veleni” inquinano la nostra anima, il nostro mondo interiore e non ci permettono di arrivare alla piena realizzazione di noi, all’illuminazione e quindi alla consapevolezza.

Anche nel mandala dei Cinque Buddha (Dhyani-Buddha), una grande parte hanno le emozioni, infatti ogni Buddha corrisponde ad una emozione e al suo potere trasformativo, ci sono poi mandala di divinità irate, mandala di divinità protettrici, questo ci fa riflettere sull’importanza che nel mandala occupano le emozioni.


Nel percorso di conoscenza di noi stessi, in qualunque direzione andiamo, scopriamo che le emozioni, dominano la nostra vita, esattamente come la ragione. Quando l’uno vuol prevalere sull’altro o quando l’emozione ci guiderebbe da una parte e la razionalità dall’altra allora si verificano i momenti di crisi. Si rimane paralizzati in una incertezza o inettitudine o ancora totale disorientamento. Scoppiano le ansie e perdiamo gli equilibri, spesso fino ad ammalarci. A questo proposito, un grande esempio ci viene offerto dal celeberrimo romanzo di Jane Austen “Ragione e Sentimento” pubblicato nel 1811, dedicato proprio alla differenza dei caratteri delle due sorelle Elinor e Marianne Dashwood una espressione della ragione,  rispettosa delle convenzioni, razionale fino all’estremo sacrificio del suo amore e l’altra per contro preda dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, sventata e irriverente, dovranno entrambe attraversare molte crisi e molte peripezie per arrivare a vivere un sano equilibrio e ad un lieto fine.


Rispettare i nostri bisogni, trovare il modo di esprimere noi stessi, vivere secondo le nostre inclinazioni tutto questo ci apre la strada ad un benessere interiore che si riflettere innegabilmente nel quotidiano.

Nel fiore di Plutchik le emozioni hanno una loro precisa collocazione, l’immagine viene riprodotta come un fiore con dei petali attraversati da cerchi concentrici che delimitano una serie di livelli al centro si trovano le manifestazioni più intense che derivano dalle emozioni primarie (collocate nel livello mediano) che sono: gioia, fiducia, paura, sorpresa, tristezza, disgusto, rabbia, aspettativa. Verso l’esterno invece abbiamo le manifestazioni di minore intensità e scopriamo che più andiamo verso l’esterno più le emozioni si combinano tra loro e in qualche modo diminuiscono d’intensità.

Le emozioni quindi sia quelle più intense che quelle meno intense corrispondono ad un linguaggio, non verbale e spontaneo, legato ad una serie di fattori esterni ed interni che lo scatenano.

Anche il mandala esprime emozioni e sensazioni legate al nostro vissuto; specie in quello individuale, quello cioè creato in maniera istintiva, qui le emozioni seguono un percorso autonomo e immediato e ci raccontano molto di noi.

La colorazione del mandala in questo senso ci aiuta da un lato a focalizzare le nostre emozioni e quindi a scoprire quali bisogni esprimono, dall’altro ci sostiene nel ricollocare i nostri bisogni nella posizione più consona per raggiungere un equilibrio sano e consapevole con cui vivere.  


Fonti:

Daniel Goleman, Intelligenza emotiva

Robert Plutchik, Psicologia e Biologia delle emozioni

Chogyam Trungpa, Orderly the Caos, The Mandala Principle

Martin Brauen, Mandala, il cerchio sacro del buddismo tibetano



Mandala e archeologia: la Stele di Caven

pubblicato 22 apr 2018, 04:46 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 22 apr 2018, 04:48 ]

La Stele di Caven deve il suo nome al luogo in cui fu ritrovata dell'archeologa dott.ssa Maria Reggiani Rajna nel febbraio del 1940, nei pressi di Teglio in Valtellina. E’ una pietra di ca 80 cm di altezza,databile al III millennio a.C., sulla quale si trovano diverse incisioni.


Sono proprio queste incisioni ad attrarre l’attenzione. Nella parte superiore  una serie di cerchi concentrici, con due cerchi ai lati ed delle protuberanze che farebbero pensare ad un figura antropomorfa interpretata come una divinità femminile, ai suoi piedi una serie di 11 linee che formano una “U” e in angolo due grosse doppie spirali. La stele si presenta come un interessante rompicapo.


A quasi ottant’anni dal suo ritrovamento le interpretazioni sono numerose ma nessuna può vantarsi di essere quella definitiva e certa. Numerosi studiosi di diverse discipline che si sono impegnati nella codificazione delle incisioni hanno potuto esprimersi e tentare una lettura a partire dalla Reggiani stessa che interpretava le sue linee e i suoi cerchi come raffigurazioni della Dea Madre delle origini, ad Adriano Gaspani, ricercatore dell’Osservatorio Astronomico di Brera, che in anni piu’ recenti l’ha definita “teomorfo a dischi concentrici con tre appendici a forma di coda” riconoscendo in quelle incisioni la riproduzione sacra di una stella cometa, fino all’individuazione da parte della  Silvana Onetti che nella Stele di Caven riconoscerebbe il tentativo di riprodurre una mappa geografica della valle di Teglio e del fiume che lì’ scorre.



L’individuazione di questa serie di pietre incise, di cui la stele in questione e’ la n.3, il cui significato ha a che fare con l’aspetto spirituale e comunque sacro delle prime comunità della storia umana riporta l’attenzione sul potere del cerchio. Fin dalla preistoria, in un tempo in cui i poteri della natura erano riconosciuti come portatori di messaggi dell’universo e delle divinità il cerchio diventa il simbolo del sacro. Un significato che non e’ cambiato con il passare del tempo.


Il cerchio si dimostra espressione di una visione “circolare del mondo, della realtà e della vita”. Ed era un punto di riferimento, un simbolo sacro e l’espressione della spiritualità nelle culture primitive la cui eredità arriva fino a noi come archetipo. Radicato nella memoria della coscienza umana il cerchio diventa modello per esprimere un concetto di sacralità’ che non sfugge a livello emotivo e istintivo dopo tanti millenni al punto che pur avendo perduto la capacità’ di decodificare i simboli nel loro linguaggio originale tutti gli studiosi di tutte le aree intervenuti per interpretare il petroglifo hanno ritenuto comunque che si tratti di una stele sacra, un punto di riferimento per gli abitanti della Valle di ca 3000 anni fa.

In questo senso il potere del cerchio si trasforma in un cammino sacro come il mandala e si rivela allegoria e prezioso strumento per lo sviluppo della conoscenza di se’ e dei legami con il creato e le forze della natura.  


Fonti:

Notiaziario Istituto Archeologico Valtellinese

M.Gimbutas, Il linguaggio della Dea


Mandala da colorare: rosone

pubblicato 6 mar 2018, 05:25 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 6 mar 2018, 05:26 ]

Il mandala da colorare di questo mese di marzo e’ stato creato da Mara Minchio. A
rtista che lavora nel settore della grafica e maestra di yoga, Mara da anni segue i laboratori di mandalaweb e fa parte del gruppo bolognese che ha iniziato un percorso di approfondimento e conoscenza del mandala.

Con enorme piacere e gratitudine  il suo mandala ispirato ai rosoni delle chiese medievali viene offerto su mandalaweb per essere scaricato gratuitamente e colorato.


Di seguito un commento della stessa Mara che ci ha gentilmente concesso il mandala da colorare e per approfondire i contenuti sul rosone cliccare qui.


"Pur sapendo che la costruzione e’ in muratura - quindi pesante - ho disegnato e pensato questo rosone con la leggerezza nel cuore di chi guarda fuori dalla finestra e vede una bella giornata luminosa; qualcuno che guarda fuori e al futuro con il sorriso sulle labbra e la felicità nel cuore per la luce che riceve".

Mara Minchio


Labirinto e Mandala

pubblicato 9 feb 2018, 01:57 da Annalisa Ippolito

"Da un lato esso simboleggiava l’aldilà:

chiunque vi penetrava, grazie all’iniziazione, realizzava effettivamente un descensus ad inferos ovvero una morte seguita da resurrezione;

ma rappresentava anche una difesa sia spirituale ( contro i demoni o gli spiriti maligni..) che materiale (contro i nemici o gli invasori)".

Mircea Eliade


Il labirinto e il mandala sono due metafore del viaggio, della meditazione su se stessi del lavoro sulla propria interiorità.

Noto fin dall'antichità' per essere un simbolo di viaggio, il labirinto condivide questo aspetto con il mandala.

In entrambe le immagini il percorso verso il centro, le prove che si susseguono sono un percorso di morte e rinascita. C’e’ di piu’, nell'antichità il labirinto e’ assimilato al ventre materno, dunque il labirinto diventa un percorso iniziatico, di vita e morte, di ritorno al e dal grembo della Dea Madre, la caverna al centro. Un’eco di queste credenze ha raggiunto tempi piu’ recenti; tra le popolazioni dei nativi americani durante il parto fino alla metà del XX secolo e’ uso mettere una immagine di labirinto davanti alla puerpera per favorire la nascita e indicare la strada al nascituro.


Il labirinto diventa luogo speciale dove il misticismo raggiunge la sua espressione massima di unione e di difesa della sacralità, pur rimanendo un luogo oscuro, incomprensibile se non si conoscono i suoi codici e difficile da affrontare. Dunque il labirinto come il mandala tradizionale hanno un valore difensivo, destinati a quelle persone che sanno leggerli, applicando pazienza e dedizione, sono un luogo sicuro per pochi inaccessibile per molti. Entrambi rappresentano il percorso che conduce al cuore e al centro del mondo spirituale ultraterreno, per questo motivo e’ necessaria una certa preparazione per entrarci e tutto il coraggio di un eroe per uscirne. Il labirinto come il mandala ci attirano in un percorso verso l’infinito, l’universo che rappresentano, l’incognito e lo sconosciuto ultraterreno. Con il simbolo del viaggio che non solo e’ sinonimo di elevazione o di riflessione su se stessi, ma pure ricerca delle verità ultime.

I primi cristiani si riunivano nelle catacombe, un luogo oscuro, fatto di corridoi e cunicoli dove ripararsi  poter celebrare il loro culto e le radici di queste abitudini risiedono nella storia delle origini quando caverne e cunicoli non erano solo luoghi di sepoltura ma pure di culto. Certo un culto destinato solo agli iniziati, o gli eletti, o i convertiti coloro cui può essere rivelata la verità ma per questo ancora più rappresentativi della ricerca spirituale di ogni essere umano.


Come Teseo nel labirinto incontra il Minotauro così' ciascun essere umano nel percorso di crescita e conoscenza di se' incontra se stesso. Il Minotauro, non e' solo l'allegoria delle nostre bassezze, degli istinti animaleschi o delle nostre paure e' l'allegoria della discesa agli inferi che solo una volta affrontata permette di risalire, di riemergere e risorgere in qualche modo alla vita.

Entrare nel labirinto e’ come guardare gli abissi della nostra anima e allo stesso tempo scorgere in essi l'opposto, quel meglio di noi che non lasciamo emergere, quelle potenzialità' che ci spaventano, che non siamo abituati a vivere.

Non a caso, nel Medio Evo il labirinto era  paragonato al pellegrinaggio in Terra Santa. I pellegrini, come un piu' moderno eroe erano i temerari che affrontavano lunghi percorsi, non sempre facili o privi di rischi, per arrivare al Centro della cristianità, Gerusalemme. Come il centro del labirinto rappresenta la Città Celeste, così il centro del Mandala rappresenta il Palazzo celeste dove "abita" la divinità; in entrambi i casi raggiungere il centro, rappresenta la possibilità di salvarsi. Arrivare al centro significa accettare la sfida del viaggio una metafora della propria crescita personale, oppure la possibilità di trasformare in positivo la propria vita.  Per farlo e’ necessario affrontare il viaggio, mettersi alla prova, uscire dalla propria "zona di comfort” e a volte accettare l’aiuto come Teseo fa con Arianna e il suo filo. Ciascuno di noi può contare su dei “doni” preziosi portati dalla vita, la presenza affettuosa di qualcuno, l’amicizia vera, un aiuto professionale, le proprie capacità di relazione, di riflessione e soprattutto la voglia di vivere, di essere se stessi e perseguire proprio destino sono tutti “fili di Arianna” per realizzare l’uscita dal labirinto e la riuscita del mandala.


Carta Astrologica tibetana

pubblicato 1 gen 2018, 15:41 da Annalisa Ippolito

Con l'inizio del nuovo anno ci si scambiano gli auguri e ogni volta si sentono frasi come “buon anno, auguri per un anno ricco di soddisfazioni, salute, amore, ricchezza e fortuna” succede in tutte le lingue e in ogni cultura; ambiamo tutti al benessere, piscofisico e materiale.

Per realizzare i nostri desideri e superare le angosce del futuro, ci lasciamo guidare da un istinto primordiale ci rivolgiamo ai nostri primordiali punti di riferimento, gli astri, per comprendere che cosa ci porteranno i giorni e i mesi a venire. Ispirandoci a riti antichi e credenze lontane leggiamo e ascoltiamo gli oroscopi, ci rivolgiamo alle stelle, alla loro combinazione nel cielo, nel terzo millennio come nell'epoca primitiva, per sapere come comportarci e che cosa ci riserva il nostro domani. 

La cultura tibetana ha una lunga tradizione di lettura degli astri e il mandala che è la rappresentazione dell'Universo e delle sue forze primigenie non sfugge a questa regola. 

L'immagine pubblicata a sinistra e conservata al Rubin Museum di New York rappresenta una Carta astrologica tibetana, risalente al XIX secolo.
Oltre ad essere un talismano, e' considerata una guida perché si crede porti fortuna a tutti quelli che la guardano, la visualizzano o la possiedono. E' una immagine scolpita su amuleti che le persone postano addosso o spesso si trova rappresentata sui muri delle case tibetane.

La figura principale della composizione, posta in basso, è una tartaruga, uno degli animali sacri che rappresenta la metafora della creazione. 

La pancia dell'animale contiene alcuni simboli e riferimenti numerici, gli animali dello zodiaco, gli elementi della creazione, gli otto trigrammi dell'I'ching e la combinazione di tutti questi dati forma il ciclo sessantennale del calendario tibetano.
Sulle fasce esterne ci sono una serie di simboli, i sigilli, che rappresentano gli spiriti negativi i quali  sono diffidati e bloccati dal disturbare la visualizzazione da un accordo di forze e simboli.
La parte superiore è composta da divinità planetarie indiane che proteggono da malattie, anche gravi. 
La ricchezza di immagini e dettagli, la presenza di mantra e riferimenti a culture vicine come quella indiana e quella cinese offrono una serie di spunti per riflettere sulle contaminazioni culturali. Pur rispondendo a canoni diversi lo studio degli astri e le loro influenze sulla vita degli essere umani diventano oggetto di studio e veicolo di conoscenza. 

Calendario Mandalaweb 2018

pubblicato 10 dic 2017, 09:11 da Annalisa Ippolito   [ aggiornato in data 10 dic 2017, 09:21 ]

Il Calendario Mandala quest'anno compie 10 anni.

Iniziato come un regalo nel 2008, è diventata una tradizione che ho il piacere di condividere con tutte le persone che in questi anni hanno seguito i miei laboratori, gli eventi che ho realizzato e le pubblicazioni sul sito www.mandalaweb.info

In questi dieci anni il calendario Mandala mi ha dato la possibilità di restituire ogni volta un po' della generosità, della meraviglia e dei doni che ho ricevuto dal Mandala. 

Il tema di quest'anno è l'arcobaleno. Un simbolo antico che ricorda l'alleanza tra Dio e l'uomo citato nella Bibbia; in molte culture è un ponte tra il cielo e la terra che protegge gli uomini portando gioia e pace. Insieme di colori che danzano creando luce e gioia, l'arcobaleno ispira speranza e indica una via per la ricerca spirituale.

È un'allegoria dell'Universo poiché ciascuno dei suoi colori manifesta una forza della natura proprio come il Mandala.

Nella tradizione tibetana i suoi colori sono sei e sono i colori delle bandiere sulle quali sono scritte le preghiere che sventolano portando i loro benefici di pace, saggezza e forza in ogni angolo del mondo.

Come ogni anno questo Calendario è uno strumento su cui meditare per recuperare energia e pensieri positivi; basta osservare il Mandala per pochi minuti al giorno rilassandosi e riflettendo su quanto amore e quanta bellezza attaversa nella nostra vita.

Grazie a tutti e a ciascuno per questi 10 anni insieme.

Buon Anno 
Annalisa

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